Gaia Piccardi e il nuovo (?) giornalismo: medaglia d’oro o ragioniere?

Ho seguito qualche volta la giornalista del Corriere della Sera Gaia Piccardi. Pur essendomene formato un’opinione non positiva (magari sbagliando), mi sembra un esempio interessante (anche se deprimente) del giornalismo italiano del XXI secolo (forse anche del XX, ma allora leggevo con meno cautelai giornali).

Avevo seguito la Piccardi in un articolo su Arkeon, nei paginoni centrali del Corriere. L’articolo riportava cose che ritengo non rispondenti al vero, con un tono apocalittico/moralistico/scandalistico, privo, secondo me, di ogni sforzo di obiettività o di ricerca della verità. Insomma, si condiva generosamente la “vulgata” del Cesap di Lorita Tinelli su Arkeon con la retorica, senza neanche pensare di sentire l’altra parte o di approfondire o riflettere.

Ma questo forse è normale per la maggioranza dei giornalisti italiani. Quello in cui mi sembra eccellere la Picciardi, e credo sia un motivo per cui scrive sul Corriere, è che è bravissima a creare il sentimento del noi/loro. Da una parte, ci siamo noi lettori con la Piccardi, saggi, giusti, perbene, che possiamo con lei provare orrore o scandalizzarci per quegli esseri semi-umani che sono l’oggetto dell’articolo. Ci fa sentire a nostro agio, belli tronfi del nostro luogo comune, belli tranqulli che sono gli altri di cui scandalizzarsi, belli sazi che sappiamo già tutto, belli convinti che non siamo soli, ma siamo insieme a tanti altri – perché siamo diversi da quelli là.

La Piccardi questa sua tecnica (tale almeno nella mia lettura) la applica volentieri ad altre situazioni. Nei giorni scorsi, sul Corriere (non trovo il pezzo online), ce l’ha avuta con Jessica Rossi, a quanto pare, a 17 anni, la più giovane campionessa del mondo di tiro al volo, rea di aver deciso di mollare ragioneria per dedicarsi allo sport. Sarebbe Jessica Rossi (la “Calamity Jane de noantri”, secondo la Piccardi, che a me non suona come complimento) un esempio diffuso e tipico dell’Italia sportivo. La vicenda è quindi terreno ideale per fare del luogocomunismo e spendersi nella tecnica del noi/loro.

Infatti, mi sembra ragionevole supporre che la maggioranza dei lettori del Corriere sia istruita, e nello sport abbia combinato poco; forse anche di sport si interessa moderatamente, altrimenti leggerebbe la Gazzetta ed eviterebbe gli articoli moralistici della Picciardi. Niente di più gratificante, quindi, per i lettori del Corriere che sentirsi confortati nella propria superiorità, nel proprio aver scelto bene rispetto alla “Calamity Jane de noantri” che vincerà pure le Olimpiadi ma non sarà mai ragioniere.

E’facile eccepire che forse un diploma di maturità si ottiene anche a trent’anni, mentre le olimpiadi non si vincono nel tempo libero; e che forse vale la pena cambiare i propri programmi per ottenere un oro olimpico o anche solo per partecipare ai giochi (cosa non da poco), soprattutto se, come nel caso di Jessica, si sa di valere. Facile anche aggiungere che forse le prospettive occupazionali e reddituali come allenatore, ecc di una medaglia d’oro olimpica non sono esaltanti, ma probabilmente almeno comparabili a quelle di un ragioniere. Oppure che, se è vero come sostiene la Piccardi che molti atleti USA vanno al college, è anche vero che per molti lo studio è solo virtuale.

Con questo, non ritengo che si debba ignorare lo studio se si punta sullo sport: non si diventa tutti i campioni, lo studio non è solo prospettiva di guadagno, ma anche apertura di idee e dimensioni (e, ad essere monodimensionali, si rischiano brutte cadute). Ottimo aiutare a coniugare le due cose.

Ma torniamo a Gaia Piccardi. Immaginiamo che la Piccardi avesse scritto il contrario. Jessica Rossi (senza nessun “de noantri” anche se non è ragioniere) ha fatto una scelta rischiosa, in fondo appendere una medaglia olimpica al proprio muro può essere più importante che un diploma di ragioneria. Molti lettori, tra cui certamente ci sono tanti professori di vari ordini di scuole e pochi preparatori atletici, sarebbero inorriditi.

Credo che Gaia Piccardi sia veramente la giornalista del futuro (o dell’eterno presente italiano), da premiare come è accaduto. I giornali sono in mano al marketing che vuole vendere, siamo nell’era in cui l’importante è la notizia, poi i fatti si trovano, come dice Aldo Grasso. In questo clima, bisogna badare al mix dei lettori, bisogna compiacerli, non certo dargli fatti od opinioni che possono metterli a disagio, farli dubitare di sapere già tutto e di aver fatto le scelte giuste in un mondo che magari non è rassicurante ma che loro e la Gaia Piccardi conoscono a puntino e sanno interpretare.

Esulando dalla Piccardi (sulla quale, magari, leggendola più spesso cambierò idea), la mia personale opinione è che se i giornali non informano, impigriscono moraleggiando invece di stimolare l’opinione pubblica, allora non servono ad una democrazia liberale. Tanto vale togliere gli aiuti pubblici e lasciarli al loro destino. Anche perché il luogocomunismo tronfio, il noi/loro, il moralismo disinformato che cerca o piega i fatti per fare la morale hanno rovinato l’Italia da sempre.

PS: un caro amico di tanti anni fa mollò una promettente carriera sportiva – da grande promessa – perché il padre preferiva studiasse, studi in cui questo amico riusciva bene, ma non era certo una grande promessa. Mi sembrò uno spreco non necessario, ma forse avevo torto e il padre aveva visto più lontano. Sarei davvero curioso di sapere che ne pensa l’interessato a distanza di tanti anni

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6 commenti

Archiviato in Arkeon, Lorita Tinelli, Società

6 risposte a “Gaia Piccardi e il nuovo (?) giornalismo: medaglia d’oro o ragioniere?

  1. @ Klee: ben tornato anche a te!
    Ciao
    S&P

  2. Markovic

    Ti tranquillizzo: leggendo ancora la Piccardi non cambierai idea. E’ il tipico giornalista del Corriere della sera (giornale che appariva in casa mia fin dai tempi di mio bis-nonno e che ho con rammarico abbandonato da qualche anno: abaim fatto 4 generazioni ma non arriveremo alla quinta…), l’ennesima campionessa di banalità moralistiche. Un po’ come i vari Alberoni (“tutti abbiamo bisogno di un amico…”) e Lina Sotis (“gli uomini cercano il sesso, le donne l’amore…”).
    Una volta il CdS era un punto di arrivo per un giornalista, oggi è solo uno strumento per narcotizzare il popolo bue…..

  3. @ Markovic: grazie e benvenuto. Concordo pienamente.
    Ciao
    S&P

  4. Ale

    Io andrò controcorrente ma trovo gli articoli della Piccardi molto divertenti e ben fatti. Moralismo? Non ne vedo, non sarebbe cmq ne la prima ne l’ultima…

  5. Cara Ale,

    il giornalista è un mestiere serio, come tanti altri, per dirne uno, il medico. Si può occuparsi di malattie terribili o di medicina estetica, ma resta un mestiero dannatamente serio. Anche se sembra il contrario, quello del giornalista non è da meno. Per almeno due motivi: primo, perché, come si dice, ne uccidi più la lingua che la spada, e vediamo che circo mediatico abbiamo qui in Italia. E non so se c’è un singolo giornalista che verifichi le fonti, ormai. Secondo, perché il giornalista è la voce della realtà, delle persone, dei diritti; se tace, tante voci sono soppresse e non possono far valere i propri diritti, a volte essenziali. Per cui un giornalismo alla Piccardi, alla Piccardi che ho visto io all’opera non lo posso condonare – anche se in questa storiella era solo banale e moralista.

    S&P

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