Di spade, asce, pirati e cavalieri

C’è una certa discontinuità tra il mondo in cui crescono i bambini oggi e il mondo in cui sono cresciuti i loro genitori (io compreso). Più forte ancora mi sembra il cambiamento tra la mia generazione e quella dei miei genitori, perché le condizioni materiali molto spesso sono cambiate in maniera significativa.

Un elemento, tra gli altri, però sembra unire l’esperienza dei bambini da molto tempo: il gioco dei combattenti o ai guerrieri. C’è la variante gioco ai pirati (almeno fin dall’Ottocento), il gioco ai cavalieri (forse dal medioevo stesso) o ai soldati romani. Certo, ai cowboy il mio bisnonno, nato nella seconda metà dell’Ottocento, forse non giocava. Mio padre l’uomo ragno non lo conosceva; io gormiti e power rangers li ho imparati troppo tardi. E le tigri di Mompracem sono in netto ribasso.

Sembra però che molto sia simile. Si gioca con le stesse cose, con le spade (quando non le asce, le pistole o i fucili), con gli scudi, con gli elmi, con le bende sull’occhio.  Vedo, tra l’altro, che quando non ci sono spade, i bambini, più o meno tutti, cercano i bastoni, prima ancora di immaginare che possono essere sciabole o lance.

Per fortuna mi dico, almeno in questo, il marketing tecnologico non ha imposto una qualche insensata novità, come potrebbero essere pistole al lasere al posto delle spade.

O sarebbe dovuta avvenire questa sostituzione? Me lo chiedo non nel senso di un nuovo strumento di alienazione, ma nel senso di qualcosa di più pacifico.

I nostri bambini, in fondo, giocano, imitano in questi giochi, non il lavoro di papà e mamma (lo fanno, ma è altro gioco), ma scontri tra guerrieri, fatti nella realtà di sangue, menomazioni, tragedie. E la guerra degli eroi omerici, come le giostre medievali, erano meno mostruose delle trincee di Caporetto, ma erano comunque terribili e disumane. Se ne rendeva conto già Omero, per non parlare di Virgilio, diversi millenni fa. La questione diventa ancora più complessa, credo, per un cristiano.

Non stiamo forse rinnovando, di generazione in generazione, uno spirito inutilmente guerrafondaio? Mi è capitato di ascoltare insegnanti, infatti, che, nelle loro classi, proponevano qualcosa di diverso, cioè vietavano ai bambini le spade o qualsiasi cosa che sembrasse un’arma, e impedivano anche lo scontro attraverso la lotta.

Mi è sembrata istintivamente una cosa sbagliata. Si tratta di negare, soprattutto ai maschi, una parte fondamentale del loro essere. Questo spirito di confronto, di guerriero è una parte antica ed autentica dell’essere umano, che non si può ignorare senza impedire uno sviluppo armonico della personalità.

Vedo che, dopo l’infanzia, questo spirito si incanala spesso – più o meno bene – nell’attività sportiva. Ma se è così, perché non spostare subito il discorso sullo sport? Perché far riemergere la memoria di Riccardo Cuor di Leone, dei pirati della Tortuga (tra l’altro complessi da spiegare perché cattivi), di Ulisse, di uomini, anche se buoni, pronti a brandire un’arma per combattere una guerra e non sostituirla con eroi pacifici o almeno sportivi della nostra epoca? Non sono comunque meglio i wrestler?

La mia risposta continua ad essere no, nonostante le perplessità.

Credo che l’umanità non possa che confrontarsi con il mistero del potere – che misteriosamente ci è concesso fin dai tempi di Caino – di ferire o uccidere l’altro. Non possiamo neaanche ignorare il grido di dolore che ci viene da millenni di guerre, ma che è, allo stesso tempo, il grido di guerra di chi si è levato per difendere le proprie case, i propri campi, la propria famiglia, la donna amata e i bambini.

Solo scoprendo, in piccolo, che lo scontro ha delle regole, che ho il potere di fare, in piccolo, del male all’altro, credo che imparo davvero i limiti e le conseguenze della mia forza: controllo lo spirito guerriero ed inizio a coltivarlo.

Parlare dell’archetipo del guerriero – per quello poco che so – mi sembra un discorso ampio. Senza dubbio, però, imparare a combattere è importante – un combattere che dallo scontro fisico si trasferisce alle forme fortunatamente incruente delle nostra epoca – anche per darsi la sicurezza necessaria a sostenere il lavoro, la famiglia e l’amore di una compagna, cui serve il sentimento della forza del marito.

Sarebbe giusto, credo, che, come nelle tribù, i bambini avessero l’opportunità di lottare tra loro, non solo con i papà (senza che si scatenassero le più varie accuse), magari nelle arti marziali. Ma è importante anche giocare e confrontarsi con la spada (finta), che è proiezione del guerriero, come necessaria è, a suo tempo, la spiegazione di cos’è, e cosa è sempre stata, la guerra.

Che si deve evitare non per paura, incapacità o ignoranza, ma perché si sa quale immane sofferenza comporta.

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4 commenti

Archiviato in Arkeon, Società

4 risposte a “Di spade, asce, pirati e cavalieri

  1. beh… io con i miei figli faccio così. Niente spade e pistole anche perchè di violenza ne vedono già tanta e giocarci su’ non mi sembra il massimo… Ciao e buona giornata a tutti! Paolo

  2. @ Paolo: sulle pistole hai sicuramente ragione, sulle spade ho le mie perplessità, come ho scritto. Ma capisco il tuo punto di vista.
    Grazie per il commento.
    Ciao
    S&P

  3. fiducia34

    Il nostro figlio maschio, ha gradualmente richiesto, una spada e tutto il completo, che a volte con i amichetti usano per giocare agli pirati; prendono le loro barche e tutti insieme giocano e avolte “litigano” come di solito fanno i bambini, c’è il “cattivo” e il “buono” e spesso il littigio riguarda i ruoli. Poi a judo giocano mentre imparano le prese;l’importante è chiedersi scusa quando vanno oltre o quado qualche d’uno si è fatto un po’ “male” e fare la pace, per poi ricominciare a giocare insieme.
    C’è una grande differenza tra bullismo o quant’altro e il gioco tra maschi, che viene confuso
    ed eliminato troppo spesso.
    In estate,c’è una cellebrazione antica, del Medio- Evo ed ogni anno, le persone del paese si vestono come un tempo, c’è una giornata dove i bambini partecipano, vestendosi da guerrieri, con tutto il completo (casco,spada,arco,ecc.) è un momento che nostro figlio si gode e fingono le guerre di un tempo e sopratutto vivono con gioia. Poi hanno l’occasione di fare il tiro a l’arco, l’arbaletta e imparano come in un tempo si usavano questi.
    L’importante per noi è che questo sia preso com parte di un gioco, dove c’è il rispeto di se stessi ed dell’aversario.
    Fabia

  4. insomma, ai pirati ci giocavamo, e con le pistole pure, dipende come. Rambo, ovviamente no.
    pero’ i giochi da cow boy e indiani e pirati fatti in modo innocente e calmo vanno bene. e poi i buoni e cattivi ci sono anche nelle favole. Non esageriamo con il politicamente corretto, perche’ i bambini devono imparare che ci sono i limiti ed anche il male.

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