Diventare se stessi: un duro viaggio

Prendo spunto da un post di Klee per una riflessione che mi sta frullando nella testa da tempo.

La nostra epoca è quella dell'”essere se stessi”, quella in cui l’individuo sembra avere il diritto (e il dovere) di fissare i limiti a suo piacimento (della nascita come della morte, dell’amore come della verità). Invece, sospetto che, come o più di prima, di scoprire noi stessi ne abbiamo sempre meno voglia.

Preferiamo, ho l’impressione, al diventare pienamente noi stessi tentare di diventare qualcun altro, che sia un qualche idolo vicino o lontano o che sia, come dice bene Klee, un modello di superuomo.

Non è qualcosa di esclusivamente moderno, penso, se noto che fin dalla prima infanzia il desiderio di essere uguale ad un altro, di essere un altro, è fortissimo, e in larga parte sano. Sono la mamma, sono il papà, sono un cow-boy, sono una principessa, sono la regina. Meno positivo, mi sembra, quando voglio essere una specifica altra persona, o un compagno di giochi. Come ha raccontato Michael Blake, nello spiegare le motivazioni del suo “Balla coi lupi” (poi reso famoso da Kevin Costner come film), comunque si tratta di fare esperienza, per quanto possibile, di una vita distante nel tempo o nello spazio, impossibile da vivere di persona.

Oltre a questo “immedesimarsi”, sicuramente importante, mi sembra che ci sia anche di più. C’è a volte un sentimento più forte, un desiderio di essere uguali, che è anche desiderio di fusione, di essere tutt’uno. Scoprire quindi che sono altro, prendere atto della mia unicità è anche esperienza dolorosa.

Siamo ormai abituati a non fare esperienza di alcun limite (e non ci accorgiamo di quelli socialmente imposti). La mancanza di limite diventa componente dell’educazione e della cultura. Diventa, da una parte, la negazione delle attività che mi pongono un limite, da bambini, come per esempio lo scontro anche fisico, dove imparo a misurarmi. Dall’altra, è proprio la rassicurante categorizzazione sociale, la perdita di responsabilità, a privare le persone della possibilità di esplorare i propri limiti e la propria forma, proprio perché la società spesso falsamente protettiva li fissa per me e per ciascuno. Illuminante per me è stato il dibattito attorno alla canzone di Povia, dove non deve essere neanche permesso di dubitare del limite sociale applicato all’individuo (che è quello della fissità del comportamento omosessuale).

Sono però i proprio i contorni di me, la mia forma, che traccio sperimentandomi che mi permettono di conoscermi. Per esempio, è nel limite del peccato, certamente non indispensabile, ma parte della comune esperienza umana: in essa dolorosamente riconosco il mio limite, e capisco chi sono.

Porsi davanti allo specchio, per chiedersi: “Ma tu, chi sei?” è un esercizio che trovo utile. Perché ci pone in contatto con le nostre illusioni, e con la nostra realtà, con quello che gli altri ci dicono e ci mostrano di noi, e con quello che crediamo o sentiamo dentro di noi stessi.

Questo viaggio a scoprire se stessi attraverso l’esperienza è l’inseguimento di un bersaglio ovviamente perennemente mobile. Soprattutto, è spaventoso, perché dove dubito di quanto mi hanno insegnato di me padre e madre non ho più mappe, ma mi sento anche straordinariamente libero.

Se io esisto e ho una forma, io non sono te. Se tu non sei me, e non sei neppure me domani o dopodomani, inizio a vedere chi sei tu, al di là di quello che vorrei che fossi.  Può iniziare un percorso di conoscenza, ma anche il crollo di un idolo.

Klee parla di Giuda ed offre una spiegazione molto interessante. Il tradimento è avvenuto quando Cristo è risultato essere diverso da quello che ardentemente Giuda desiderava: un re terreno.

Su un piano più profano, anche Bruto tradisce Cesare, che pure gli aveva salvato la vita e lo aveva riabilitato. La storia mi sembra un po’diversa.

Bruto – forse a ragione – non poteva essere diverso dal tirannicida repubblicano che era la sua immagine di sè e che lo riconnetteva alla sua storia familiare. Accetta la salvezza che gli aveva procurato Servilia, sua madre e amante di Cesare, ma questa crea un dissidio interiore troppo forte. Tra la gratitudine al salvatore e il ristabilire la coerenza tra la propria immagine di sè, che lo porterà prevedibilmente alla morte, sceglie la seconda.

Cesare, cui non do ragione e non mi ispira particolari simpatie, sperava, nel salvarlo, che Bruto potesse, nella sua ricerca di sè, trovare una risposta ed un limite nuovo.

Si sbagliava, come tutti sappiamo.

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11 commenti

Archiviato in Arkeon, etica, Società

11 risposte a “Diventare se stessi: un duro viaggio

  1. La tua frase sulla “ricerca di un limite nuovo” mi ricorda un bel racconto di E.A.Poe “Il gorgo del Maelstrom” che parla di una nave di pescatori che si trova travolta in un gorgo marino e sta per affondare. Il protagonista vede delle botti cadute fuori bordo che risalgono il gorgo per la loro leggerezza mentre la nave si inabissa sempre più e sceglie di richiare e buttarsi su una di esse, salvandosi. Richiama i propri compagni, che vedono, capiscono, ma non riescono a superare il bisogno di rimanere attaccati alla nave, che per un marinaio rappresenta la sicurezza contro la precarietà. Solo quel marinaio, voce narrante, si salverà.

  2. Ciao,
    di solito l’uomo ha paura, di fermarsi, e di guardarsi dentro. Il limiti spaventano.
    Eppure solo avendo il coraggio di guardare le proprie debolezze, le proprie ferite e il proprio peccato, si può iniziare un cammino di vera umanità.
    Il mondo non ha bisogno di superuomini, ma solo di uomini, che sanno affrontare le proprie paure con fede, consapevoli che non si è soli, perché un Altro le porta insieme a loro.
    un abbraccio
    terry

  3. fiducia34

    Lo specchio dove mi guardo, le persone che incontro e le cituazioni che incontro, sono qui per mostrami quello che sono in quel preciso momento, senza giudizzi, senza oblighi. E’ un treno che ho preso tanto tempo fa’, con delle semplici domande che mi ponevo. Prima, credevo cambiare il mondo e niente aveniva (ero arrogante),poi ho capito che è dentro di me e la mia percezzione delle cose, persone, dei eventi atorno alla mia vita. Il riflesso di me stessa.
    Fabia

  4. Buona settimana… Paolo

  5. @ Paolo: grazie, buona settimana anche a te.
    S&P

  6. @ Terry: “Il mondo non ha bisogno di superuomini, ma solo di uomini, che sanno affrontare le proprie paure con fede, consapevoli che non si è soli, perché un Altro le porta insieme a loro”. Condivido pienamente. Grazie.
    S&P

  7. @ Klee: credo che, in qualche misura, questa storia appartenga a tutti noi. E al marinaio della storia – che non ho letto – è andata bene che non hanno cercato di prenderlo a colpi di remi. 😉
    Ciao
    S&P

  8. C’è un bel film – piuttosto classico nel genere – di Shyamalan (l’autore del “Sesto senso”) intitolato “The Village” che parla di una comunità che vive chiusa rispetto al resto del mondo e viene costretta da un evento inatteso a ceracre aiuto fuori. La graduale scoperta delle ragioni che hanno portato alla chiusura delle pesone rispetto al mondo è illuminante, ma soprattutto lo è il modo in cui giustificano il tutto ai figli nati in cattività e il modo in cui “per la loro sicurezza” li convincono a non uscire. E soprattutto è illluminante l’opposizione che devono affrontare colore che scelgono di uscire. Lo suggerisco (anche se alui piace un po’ fare il pauroso, ma poi non lo è davvero!)

  9. per chiarire, il mio commento si riferiva alla tua espressio “è andata bene che non hanno cercato di prenderlo a colpi di remi”

  10. fiducia34

    Ho guardato il film consigliato da Klee che ho trovato molto esplicito e ogniuno si puo rispechiare nella propria vita, quando sceglie di aprire una porta.
    Grazie,
    F.

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