L’adolescente giovane guerriero frustrato

Un tempo tra i quattordici e i vent’anni si potevano ereditare imperi, guidare eserciti, o più modestamente metter su famiglia e mantenerla, comunque si lavorava duramente. Sessant’anni fa, Joshua Lederberger compì gli esperimenti che gli valsero il premio Nobel: aveva circa vent’anni.

Vedo ragazzi, adolescenti o già ventenni e mi rendo conto che per tante di queste cose non sono pronti. Ho l’impressione che non sia solo un problema culturale, ma che davvero l’età dell’adolescenza sia di preparazione, e che gli imperi si ereditino meglio ad età più avanzate, e che per concentrarsi sul Nobel ci sia tempo anche dopo.

In effetti, a sedici anni o a diciotto, credevo di capire tutto, ma sapevo ancora poco di me, del mondo; e non sapevo neanche di non saperlo.

Ricordo, però, tanta noia, tanto spreco, tante ore in classe senza senso, con il sospetto, che ora è certezza, che la vita fosse altrove. Certo c’è chi ha fatto meglio e di più. Anche io ho fatto le mie esperienze, alcune straordinarie, i miei viaggi, le mie amicizie serie, le prime ragazze, ma complessivamente, in quell’adolescenza, mancava la vita.

Penso di ripetere cose già dette da altri dicendo che si tratta di un problema strutturale della nostra società. Prendendo una prospettiva maschile, mi sembra che siamo passati da un’educazione gestita dal padre, sia direttamente in un lavoro condiviso, che era prevalentemente nei campi, sia, in rari casi, se delegata ad un maestro o altra figura, sempre sotto il suo stretto controllo. Solo in tempi relativamente recenti – per fini condivisibili di universalità – la scuola è diventata pubblica, patrimonio dello stato. In questa sua nuova veste, non ha più tratto la sua legittimazione, anche economica, dal padre e comunque dalla famiglia, scivolando fino a porsi in antitesi a padre e famiglia d’origine.

Prova ne sia che istintivamente molti sentono questo dovere della scuola di “elevazione” rispetto alla famiglia come naturalmente giusto (anche se ammettono, pensandoci, che di famiglie “idonee” ce n’è forse di più, in proporzione, che di insegnanti).

La scuola contro il padre – diventata contro perché deve sostituirsi come autorità interiore – non solo non è più la scuola del padre, ma non è neanche la scuola della tribù, della comunità. L’adolescente, che diventava uomo, si confrontava, in maniera più o meno ravvicinata, con l’essere adulti o uomini, si confrontava con la possibilità di mettere alla prova quel sogno imitativo che nasce nell’infanzia. Ora questo non accade più.

La scuola di oggi ha tutt’altri obiettivi . Non forma il giovane uomo perchè manca dell’amore – anche severo – del padre, non forma il giovane guerriero che la scuola anzi teme  – e che, un tempo, la comunità formava perché doveva essere pronto di lì a poco a battersi per difendere la tribù. La scuola moderna forma invece il cittadino medio, medio inteso generalmente come quello immaginato dall’impiegata pubblica cinquantenne. Categoria sociale che peraltro ha rifatto la scuola a sua immagine e somiglianza.

Che ci si rompa mi sembra il minimo.

Ma anche fuori non è meglio. Alla società l’adolescente serve perché consuma molto, consuma reddito che altrimenti finirebbe in risparmio. Certo è che quel bisogno di imparare dal padre e dagli adulti della “tribù”– riconosciuto o meno – brucia; brucia la voglia di mettersi alla prova, che si accascia nelle frustrazioni senza senso del sistema. Nelle relazioni si rischia di restare soli, perché, ove il padre (e la madre) sono assenti, non c’è nessuno sguardo sociale a verificare, nessun interesse a promuovere la socialità.

Quello che penso è che tutto questo non è inevitabile; possiamo fare diversamente, almeno a livello individuale. Credo che la scuola – almeno la scuola normale – vada depotenziata nella sua capacità di imporre agende e priorità ai ragazzi; ci sono cose da imparare e c’è da imparare metodo e fatica dell’imparare. E a volte la gioia della poesia, delle lettere o della scienza. Ci vuole che entri però anche il vento del mondo vero – possibilmente dalla parte del padre e del suo mondo e non solo quello della contestazione. La vita è piena di sfide ed avventure, e congelare gli anni non si può proprio.

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4 commenti

Archiviato in Arkeon, Società

4 risposte a “L’adolescente giovane guerriero frustrato

  1. Grazie per queste tue riflessioni davvero molto molto interessanti. Mi confronto ogni giorno con ragazzi ed adolescenti, faccio fatica a leggerli ma non a volere loro bene. Li trovo smarriti e spesso privi di sognare e ragionare, anzi non sanno che possono sognare e ragionare perchè i numeri per farlo li hanno eccome. E’ meraviglioso quando ci provano, ci riescono e scoprono mondi possibili, prima neppure immaginabili!

  2. Hai detto molto di quello che penso. Anche se la guardo da una prospettiva femminile, non cambia molto. Che la scuola così com’è sia una vera noia non c’è dubbio, quando i danni non sono più grandi ancora. Individualmente si può fare, credo si possa far sì che i figli respirino quel vento della vita di cui tu parli. E credo i genitori possono insegnare a ridimensionare l’importanza della scuola (non tanto come formazione, ma soprattutto come imposizione di vedute) nella vita di un ragazzo o di una ragazza. Ricordo che quando mi capitava di prendere un brutto voto – e per me, come per parte della mia famiglia, era una tragedia – per consolarmi mi dicevo: ma alla fine nella mia vita, quando saranno passati 5, 10, 15, 20 anni, mi ricorderò ancora di questo 4? Oggi no, non me li ricordo quasi più.
    E la prof delle scuole medie che mi diceva che non ero adatta a fare le superiori che avevo scelto? Per fortuna non l’ho ascoltata.
    Ciao e a presto.
    Fioridiarancio

  3. @ don Luca: grazie della visita, prima di tutto, e del commento. Le mie sono impressioni perché non ho, se non in misura molto ridotta, la frequentazione che tu hai. Lo smarrimento si intuisce, e sono d’accordo che non sia mancanza di capacità, ma di direzione e sostegno.
    Ciao e grazie ancora,
    S&P

  4. @ Fioridiarancio: penso che sia riconosciuto che la scuola sia un parcheggio, e la noia un male minore. Il problema è che la scuola, quella di cui parli, non è in grado di proporre un progetto di vita, non ha un obiettivo. Quella nostra italiana almeno fino a poco tempo fa, in cambio di carenza quasi totale di risultati accademici, dava un po’di socialità. Rispetto ai voti e così via, putroppo la scuola è, come si dice adesso, autoreferenziale. Forse anche perché molti insegnanti sono rimasti tutta la vita nello stesso bozzolo e sono i meno indicati per spiegare ai ragazzi che quella è solo una parte della vita, e bisogna cercare di guardare al complesso della vita. Potrebbero farlo i genitori, ma quando anche loro non sono prigionieri degli obietti della scuola sono sminuiti dal sistema scuola.
    Ciao
    S&P

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