C’era una volta il giardino

Un tempo c’erano i giardini. Misteriosamente vasti, pieni di angoli oscuri ed inesplorati – che erbe alte o sufficientemente velenose od urticanti rendevano sempre esotici e pericolosi. C’erano giardini ordinati e giardini selvaggi invasi dalle edere; però tutti ombrosi, alcuni mediterranei ricoperti di lecci e zeppi di alloro, altri più “nordici”, con abeti sopravvisuti al Natale o magnifici cedri del Libano.

Qualche vasca per i pesci, fonte di inesauribili meraviglie. Fontanelle per bere e bagnarsi più o meno apposta. Cespugli fitti con ragni mostruosi. E ragnatele immense da albero ad albero che ti finivano in faccia facendoti sobbalzare. Cavallette giganti. Formiche rosse (carnivore?). Statue di cemento di un’inconcepibile età dell’oro. Alberi faticosamente arrampicabili. Odore di erba e qualche fiore, a volte, per la mamma.

A volte pure alberi da frutto, o albicocche e pesche mature, fragoline di bosco, o uva fragola. Sempre mille nascondigli per l’immancanbile nascondino.

I giardini sono stati un luogo della mia infanzia. Mi rendo conto, guardandomi intorno, che negli ultimi trent’anni sono stati sempre di più mangiati dall’avidità.

Ci sono rimasti i parchi che, anche quando di struttura sufficientemente antica e quindi ombrosi e dotati di vasche, raramente hanno quella solitudine, quegli angoli selvaggi, ma anche sicuri; l’uso li rende spogli e sempre affollati. Al giardino, al giardino privato, si girava da soli; al parco, i bambini sono sempre sotto controllo: e non per paturnia, ma il traffico di strane persone (magari onestissime, ma inquietanti) c’è sempre. E comunque non si può spesso fare la cosa più bella, cioè camminare dentro le aiuole, tra rami e rocce, fuori dai sentieri.

I parco-giochi esistono ancora, se ne fanno, ma il gioco – pur su strutture molto più belle e sicure delle ferraglie dei miei tempi – è troppo spesso limitato, organizzato, mentre i bambini, secondo me, soprattutto da una certà età in poi, devono anche poter cercare ed inventare la loro avventura.

I parco-giochi poi non sono giardini pubblici, non sono piccoli parchi in cui è riservato uno spazio per bambini. Il giardino pubblico, come spazio di piacevole riposo per i non bambini, in Italia sta sparendo, non ce n’è forse più bisogno. Restano solo quelli malmessi delle stazioni e, immagino, le difficoltà logistiche ne giustificano, come per gli alberi, l’eliminazione.

Chi pensa più a creare un parco bello, con alberi e vialetti, oltre a fare sempre nuovi stradoni? Ci sono dei praticelli con qualche pianta tra una strada e l’altra, in una rotatoria, tra un palazzo e l’altro, davanti al portone. Ma chi è l’amministratore così folle da progettare qualcosa di così poco produttivo come un parco o un bel giardino?

Eppure i parchi e i giardini non li hanno fatti solo i principi rinascimentali, ma li si progettava anche quando eravamo tutti più poveri.

I giardini privati, poi, mi è stato fatto osservare, sono sprechi antidemocratici. Infatti, li abbiamo sostituiti con palazzoni molto democratici. Anche per questo dico che solo una destra avida e miope può considerare la difesa dell’ambiente una lagna di sinistra.

I giardini sono uno spazio di libertà, di educazione e di educazione alla libertà, che il praticello o il balcone non sostituiscono. Con l’avvallare la scomparsa dei cortili, altro grande spazio educativo, facciamo un’altra profonda scelta educativa e sociale.

Il bambino, nel giardino, poteva affrontare pericoli gestibili con semplici regole – le ortiche, le bacche velenose del tasso, forse qualche ragno – e quelli immaginari – i serpenti, gli insetti, il mostro tra le fronde. Credo che sia fondamentale imparare da bambini che possiamo non solo convivere con i pericoli, ma anche che dobbiamo dominarci, che dobbiamo riconoscere e vincere capriccio e paura.

Non dimenticherò mai la pipì liberatoria, condivisa con un amichetto, nel cranio sbiancato di una qualche bestia. L’avevamo scovato tra le ortiche e ci aveva terrorizzato per mesi.

Perché lo spazio naturale per crescere e vivere non figura tra le richieste di padri e madri elettori? Forse, perché non abbiamo più tempo per pensare ed ascoltarci, imbestialiti dal traffico o preoccupati per la crisi.

Questo per me era anche Arkeon, lo spazio per ascoltarsi e capire cosa conta. Ma, al giorno d’oggi, pare che dobbiamo affidarci a chi ha già pensato tutto per noi, altrimenti invadiamo l’altrui professionismo.

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7 commenti

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7 risposte a “C’era una volta il giardino

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  2. Ricordo la mia fortuna di bambino che giovava a pallone per strade non ancora trafficate e la fortuna di avere vicino a casa un vecchio frutteto abbandonato, infestato di erbacce e pieno di vecchi ferri arrugginiti. Era il posto perfetto per giocare a nascondino, mimetizzandosi sotto i rovi e correndo rischi di infezioni terribili, otrnando a casa lerci e pieni di spine. Torturavamo gli insetti, con lacuriosa crudeltà dei bambini, e facevamo a gara a chi pisciava più lontano (sembra di capire che sia un’esperienza comune!).
    I genitori credevano di poterci vedere dal balcone, ma poi scappavamo con la bici e prtivamo per scorribande in zone che ci facevano paura ma ci affascinavano.
    Nella compagnia c’erano bimbi bravi, bimbi maneschi, bimbi più grandi e bimbi leggermente ritardati: semplicemente si giocava insieme.
    Immagino che oggi, tante di quelle persone che spiegano cosa va bene e cosa non va bene, denuncerebbero i miei genitori per incuria!

    klee

  3. Purtroppo dove sono cresciuta c’era già la tendenza ad eliminare i giardini per far posto al cemento. Però ho avuto la fortuna di frequentare una scuola con un bellissimo parco e pause lunghissime per giocarci. Sono stati i momenti di libertà più belli. Le maestre erano sedute sulle loro sedioline portate da dentro la classe e per noi le avventure erano infinite, poi raccoglievamo i pinoli e scappavamo dalle lunghissime e temutissime catene di processionarie.
    Quando vedo queste scuole con un misero cortiletto di cemento mi prende una tale tristezza…
    Ciao e a presto.
    Fioridiarancio

  4. Hem,hem, mi sento un po spiazzata, visto che oggi posso dire che godo di questo privilegio di avere tutto ciò che manca in città; spazi a l’aperto, boschi dove ancora a l’interno sopri funghi,asparagi,castagni e quant’altro serva a noi e nostri figli per scoprire/ci; parchi dove giocano,alberi dove si arrampicano.

    Ciò che posso ricordare della mia infanza sono i giocchi tra bambini, la scoperta e l’aventura che ci inventevammo e nessuno veniva scartato; i nuovi erano sempre accolti, al contrario di ciò che spesso noto in questi tempi; spesso spinti da genitori paurosi, co giudizzi sul altro,sul diverso (che proprio,per me, è innesistenete)…come un bambino/a nuovo potesse fare del “male” ! Assurdo !
    Mi ricordo il mio primo intensivo ad Ostuni e del fatto che trovarmi in camera con molte donne, mi fece spontaneamente scegliere ciò che conoscevo, andare con il mio saco a pelo a dormire tutte le sere accanto al fuoco, piutosto che sentire certe discussioni sterili allora per me. Oggi, quando ci penso rido di me e questa mia forma lontana dalle donne. Comunque ogni notte, si agiungeva una persona e ci siamo ritrovati 3 o 4, a dormire con il saco a pelo, felici e contenti. A me ricordava il Perù, i campeggi in mare o in montagna.
    Fabia

  5. @ Fabia: sì, siete fortunati a stare in mezzo alla natura. E’stare bene, ma anche educazione. Escludere, il gioco di potere è una realtà purtroppo diffusa. Anche io ho dormito al fuoco di Ostuni: a volte la solitudine è meglio della confusione.
    Ciao
    S&P

  6. @ Fioridiarancio: che bella la scuola in mezzo al verde. Non ho avuto, quasi mai, la stessa fortuna. Dotare le scuole di parchi deve essere sembrato un lusso anche anni fa….che vuoi poi si fanno male…ma adesso è anche peggio, e non si accenna a migliorare.
    Ciao
    S&P

  7. @ Klee: sacrificare lo spazio, e il tempo, rendere insicure le nostre strade ed impossibile lo stare liberamente insieme dei bambini sono segni negativi della nostra epoca. Tra una piscina, una classe e quant’altro, i bambini sono sempre più soli. Invece, da animali sociali, abbiamo bisogno di stare da soli e confrontarci con l’avventura. Magari dove non ci sono ferri arruginiti.
    ciao
    S&P

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