Perché Freud e la Chiesa sono finiti dalla stessa parte

Quando ero uno scolaro, il professore di religione ci parlò dei tre maestri del sospetto: Marx, Nietzche e Freud, arcinemici della Fede. Tra i tutti, il  meno antipatico mi sembrava Freud, ma che il professore giudicava altrettanto insidioso.

Con stupore mi accorgo invece ultimamente che c’è più distanza tra quanto sostengono alcuni movimenti culturali, e psicologi loro vicini, e Freud, almeno su alcuni punti, di quanto ve ne sia oggi tra Freud, psicanalisi e Chiesa Cattolica. Ovviamente, questa è una mia impressione, che lego per esempio alle recenti polemiche sulla canzone di Povia, ma anche a tanti altre considerazioni lette di recente.

Di questa vicinanza, io vedo due i motivi.

Il primo è il riconoscimento comune del mistero. Come ricorda Giuliana Bertelloni, secondo la psicanalisi, l”‘io non è padrone in casa propria”, per cui noi siamo mistero proprio per noi stessi. Il Mistero dell’uomo, e soprattutto di Dio, proposto dalla Chiesa, è evidentemente ancora più profondo. Entrambe, su scale diverse, dunque, pongono l’uomo di fronte all’ignoto, lo riducono ad umile ascolto dell’universo.

La cultura contemporanea – la chiamerò così – rifiuta generalmente il mistero, in quanto limite. Lo rifiuta nel mistero della fine della vita, come in quello della nascita, ritenendo la scienza capace di capire e penetrare ogni mistero che ci circonda. Non solo. Grazie ad uno scambio di battute con un certo Luca su questo blog e più recentemente con altri, ho potuto apprezzare che c’è un’altra attitudine che non nega il mistero, ma che lo giudica insondabile e quindi privo di interesse.

Psicanalisi (uso questo termine in senso volutamente ampio) e fede religiosa hanno in comune, credo, oltre al riconoscimento del mistero, anche la fede nella sua parziale sondabilità. La ricerca interiore di tipo psicanalitico, credo, non si esaurisca mai, ma è possibile e piena di interesse e, suppongo, se questo è il piano, di risultati pratici. La ricerca di Dio, lungo le Scritture e la sapienza della Chiesa, è inesauribile, ma è anche forse il compito più importante che ha l’uomo.

Di conseguenza, psicanalisi e Chiesa Cattolica riconoscono il Mistero (o mistero), ma sono profondamente interessate a sondarlo. Al contrario, mi sembra, la cultura contemporanea, compresa una parte della psicologia, lo rifiuta perché non esiste o perché è insondabile, e comunque privo di interesse.

Il secondo punto di contatto è la responsabilità. Come dice bene Fioridiarancio, che uno lo concepisca come colpa e peccato, o solo come causa o vicenda da interpretare, la storia personale familiare è carica di significati e di scelte importanti. Sono responsabilità dei genitori, ma proprie anche davanti alla vita. Nel tracciare questo filo di causalità, di responsabilità, la psicanalisi e la Chiesa Cattolica non lasciano tranquillo l’uomo, lo disturbano.

Secondo la cultura contemporanea, lo colpevolizzano. E colpevolizzare è comunque senza senso.

Oggi non dobbiamo mai essere responsabili, né attribuire la responsabilità all’altro. Solo qualcosa di indistinto, come un’azienda o un’organizzazione o chi capita nella gogna mediatica, può essere colpevole.

Poco importa se il prezzo di questa deresponsabilizzazione è, cito di nuovo Fioridiarancio, la perdita di capacità di incidere sul reale o, aggiungo io, la perdita della possibilità di spiegare ciò che accade. Se quello che mi accade, e che faccio, è un caso, su cui non ho controllo (ovviamente controllo parziale perché, ed è il rischio di tanti percorsi introspettivi, altrimenti diventa delirio di onnipotenza) né responsabilità, non resta altro che l’emozione del momento, che arriva e va, e la ricerca del piacere contrapposta alla fuga dal dolore. Irrilevanti davanti al nostro destino di figli e alla storia dei nostri figli, impossibilitati a riconoscere i nostri sentimenti per non urtare quelli altrui, siamo almeno liberati dalla fatica della ricerca interiore (quella discesa agli inferi di cui parla di nuovo la Bertelloni) o del senso del peccato.

E, in una deformata mitologia, diventa frutto del lavaggio del cervello il sentire la propria responsabilità di padri e di madri, come il riconoscere la propria storia di figli.

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8 commenti

Archiviato in Arkeon, etica, padre, Società

8 risposte a “Perché Freud e la Chiesa sono finiti dalla stessa parte

  1. Grazie della citazione. In effetti quello che mi colpiva era proprio non tanto l’assenza di mistero, ma il fatto che – se la sua ricerca o parziale comprensione – deve comportare responsabilità, meglio lasciarlo lì dov’è e chiamarlo tutt’al più caso. Mi colpisce anche la contraddizione per cui da una parte il mistero non è interessante, gli eventi piombano dal cielo e non possiamo nè capirli nè agire su di essi; dall’altra pretendiamo il potere totale su di essi compresi la vita e la morte. Ma forse qualcuno mi spiegherà che la contraddizione è solo apparente.
    A presto.
    Fioridiarancio

  2. @ Fioridiarancio: grazie del commento. Provo ad esplorare la contraddizione. Credo che il mistero venga rifiutato perché si pensa di sapere tutto, di avere la scienza al proprio fianco (vedi il caso Englaro, l’aborto, ecc): il mistero sparisce. Ovviamente la scienza si interessa dell’ignoto, anch’essa, ad un livello minore; ma la scienza che interviene su queste cose non è la scienza che tocca l’incerto, che evolve, ma è la scienza che dà certezze e spesso travalica se stessa per diventare dogma. Da questa “conoscenza”, da questa sicumera viene il potere che citi; che però conoscerebbe un limite se ci fosse un mistero da sondare. Ma esso è negato, reso irrilevante o un problema che non riguarda i “laici” sul fronte religioso (vedi testamento biologico). Questi sono solo spunti: ma in fondo la genetica, assunta a spiegazione ultima e cogente di ciò che siamo, lascia l’uomo nella disperazione e, se non c’è un valore ultimo della vita (che si lega ad un mistero, ad un altro non catturabile), non ha altra via d’uscita che l’eugenetica. Boh, parlo troppo.
    Comunque, per quanto riguarda Arkeon, credo che non ci siamo accorti di questo vasto spostamento dell’opinione pubblica, al di là della mitologia, renda sempre più difficile un confronto genitori-figli.
    Ciao
    S&P

  3. Poco fa postavo da Risè un commento proprio su questo aspetto, sulla ricerca del “senso”. Che credo abbia strettamente a che vedere con il “mistero”.
    Credo che l’incapacità della società di cercare un senso e di sondare il mistero, senza pretendere di dominarli, rispecchi la paura dell’individuo di farlo.
    E credo che l’una si trasformi nell’altra per l’assenza di momenti di condivisione di questi dubbi e di questa ricerca, di riti di esperienza comune e di trasmissione del proprio vissuto, nel quale ciascuno possa vedere la grandezza e la semplicità di quella che altrimenti parrebbe nua lotta impari col destino, un lavoro di Sisifo.
    Non a caso, credo, i 50 anni dei nostri nonni erano molto più lunghi dei nostri 80 anni: perchè la continua rimozione della fine ci lascia la sensazione del tempo che sfugge dalle dita senza produrre senso.
    In sostanza è un modello di vita adolescente, che non si confronta col proprio limite, che non accetta di essere parte piccola di un tutto e che quindi non può vedere un senso che necessariamente la trascende.

  4. @ Klee: grazie del commento, che condivido parola per parola.
    Ciao
    S&P

  5. Secondo me scienza, psicoanalisi e religione danno risposta agli stessi interrogativi che gli uomini da sempre si pongono. Non è soltanto la risposta ad essere profondamente diversa. Le premesse, il contesto culturale in cui si originano le idee, i metodi di indagine, la mentalità, il carattere di chi pone il quesito determina cosa chiedere, in che modo cercare la risposta e sicuramente che tipo di risposta verrà infine ottenuta. I più grandi misteri su cui l’uomo indaga sono la morte e l’origine della vita. Nell’antichità, il mito o la leggenda sembravano strumenti adeguati per dare risposta a questi grandi misteri. Oggi non ci accontentiamo più, vogliamo una verità condivisibile da ogni uomo, un universale principio unificatore. E’ paradossale notare come in contrapposizione al quesito della morte, bollato dalla scienza come argomento da non toccare e quindi insondabile perchè siamo semplicemente privi degli strumenti necessari per operare un’indagine sicura, ci sia quello dell’origine della
    vita e dell’universo. Vedi la teoria dell’evoluzione e il Big Bang. La scienza ha ovviamente dei limiti per quanto riguarda questa indagine, in quanto può dirci come avvenga un fenomeno ma non il suo perchè, se davvero è lecito parlare di intenzionalità o di scopo. La religione tenta di andare molto oltre, ma ci sono mille risposte per ogni domanda e ognuno che segue una dottrina dichiara di avere trovato un elemento di razionalità e di logicità in grado di giustificare il suo credo. Penso che la psicoanalisi dovrebbe interessarsi principalmente di insegnare all’uomo moderno come definire il proprio personale concetto di benessere e sanità, che gli garantisca di godere di una condizione di felicità e appagamento. Per quanto riguarda il dare un significato profondo alla nostra esistenza, sicuramente il Dott. Sigmund Freud ha iniziato un interessante lavoro, che però costituisce un progetto a lunghissimo termine, probabilmente
    interminabile, come interminabile deve senz’altro essere il lavoro di analisi e indagine introspettiva.
    In merito alla questione dei genitori-figli, credo sia un gesto di profonda maturità per un genitore guidare un figlio verso la sua personale realizzazione, consapevole che il figlio potrà seguire una strada imprevedibile e comunque superare il genitore stesso nel livello degli obiettivi raggiunti. Questo può costituire un principio di altruismo e di rispetto orientato al progresso della società in generale.

  6. @ Ludwig: benvenuto e grazie del commento. Condivido quello che dici. In passato come oggi, l’uomo resta un mistero. E’vero che la scienza – la neuroscienza o la genetica, per esempio – ci prometta una spiegazione del sè che non passi dall’introspezione, al contrario di religione e psicanalisi. Dall’altro, nell’attesa, la scienza si ferma come dici tu (e dico io giustamente) sulla soglia del mistero umano (è interessante il paradosso che noti tra la disponibilità alle spiegazioni ultime piuttosto che quelle prossime) e delega all’individuo la soluzione del proprio mistero. Che però, anche sull’onda della futura spiegazione neurogenetica, può prescindere dalla ricerca interiore e diventa solo appagamento o risposta allo stimolo, o, a volte, semplice e inverificato razionalismo. In questo deterministo biologico non conosciuto (e tantomeno verificato), non resta spazio per un’etica o per una ricerca di risposte diversa. Anzi chi la propugna (Chiesa o psicanalisi o un certo tipo di psicologia o chiunque altro) viola il dogma del determinismo biologico e dell’inesistenza di ciò che non appare, afferma l’eresia del cambiamento (che altri vedono, compresa la conversione, come una violenza) e quindi scatena la reazione di chi su questo determinismo ha costruito identità e potere.
    Spero di essere stato almeno un poco chiaro.
    Ciao
    S&P

  7. L’eterno tentativo di fare della psicoanalisi una sorta di partito o di chiesa… Se si leggesse Freud, invece di parnarne per sentito dire, o magari avendo letto solo i libri più in voga (vedi Interpretazione dei sogni o Psicopatologia della vita quotidiana) si capirebbe che F ha applicato un metodo scientifico. Vale a dire, non dava nulla per scontato, non aveva dogmi intoccabili e ha rielaborato totalmente (almeno tre volte in vita, e quattro se contiamo il suo ultimo tentativo di analizzare l’istinto di morte e le sue conseguenze sul concetto di ES e libido) la sua teoria ogni volta che si è reso conto che non poteva più funzionare alla luce delle nuove scoperte (fatte, certo, nel setting analitico e non in laboratorio o in osservazione partecipata).
    Mi sembra che la distanza dalla chiesa, da qualsiasi chiesa, sia abissale. Quale chiesa rielabora i suoi dogmi alla luce delle nuove conoscenze scientifiche?

    Ecco, con qusto chiuderei questo discorso un po’ tautologico, che parte con l’intenzione di dimostrare qualcosa e pensa di averlo dimostrato.

    La psicoanalisi ha ancora molto da dire e da dare. Soprattutto perché il mondo e la cultura vogliono continuare a credere nella sola esistenza della ragione e della volontà e non sono interessati a dialogare con quella parte (che tu chiami mistero e io chiamerei in tanti altri modi, da natura a inconscio, da vero sé a psiche) che ci muove e influenza, a nostra insaputa.
    Il mistero rimane mistero laddove non si apre un processo di dialogo e di conoscenza. Ma Freud era tuttaltro che rassegnato all’idea di un mistero intellegibile. Al contrario, si era reso conto che la nevrosi, la psicopatologia, individuale e sociale, si basano soprattutto su un distacco e una mancanza di legame tra una parte razionale e una parte intima, più vera, meno costruita, genuina, che resta coperta dalle sovrastrutture sociali e normative.
    In realtà F, senza volerlo (Fromm docet), ha lanciato una bomba libertaria in un mondo borghese e abbottonato come quello della fine dell’800. La psicoanalisi è libertà, e chi sottolinea questa volontà normativa e normalizzante di questa disciplina, forse perde di vista il fatto che la libertà non è un fatto astratto e preconfezionato. Cosa sceglierà un individuo libero non è dato sapere. Potrebbe essere sposarsi con la figlia adottiva (vedi W Allen) oppure tesserarsi a Forza Italia. Non è nella scelta etica o politica che si legge la libertà degli individui, ma nella loro capacità di seguire i propri bisogni, le proprie peculiarità, i propri sogni, le proprie esigenze di esseri unici e irripetibili.
    La psicoanalisi insegna che ogni persona è un mondo a sé e ha esigenze, fragilità, peculiarità, capacità, unici. E quelli deve cercare di seguire, senza costruire una personalità e un sé artificiali per accontentare figure altre, dalla madre al parroco al contesto sociale.
    Se nel ’68 il privato della libertà sessuale è diventato un simbolo della rivoluzione e della libertà politica e culturale (soprattutto in Francia direi) è perché non c’è niente di più rivoluzionario e destrutturante, per un sistema autoritario, di individui che scelgono con la propria testa.
    Ma non è questo il disegno della psicoanalisi. La psicoanalisi è nata, è necessario ricordarlo, per cercare di curare i pazienti nevrotici. Cioè per far stare meglio chi sente di stare male. Il resto è una conseguenza, perché è difficile tracciare una linea di demarcazione netta tra privato e politico, nonostante molta cultura politica voglia farci intendere che questo invece sia il da farsi.

    Termino dicendo che gran parte dei detrattori di Freud non hanno mai letto Freud. E questo si capisce bene dalle loro parole. Ci sono cose che molti credono siano state dette da Freud e che invece sono state dette da qualche detrattore a suo uso e consumo. Pro domo sua. Una cosa è criticare qualcosa che si conosce, nel merito. Altro, e grave, giudicare l’opera (estremamente differenziata tra il 1895 e gli anni ’30 del ‘900) di uno studioso che è figlio dei suoi tempi, ma che ha creato un metodo e un pensiero.
    Come diceva Bion (un suo allievo) bisogna assoribre gli insegnamenti del padre e poi ucciderlo. E andare avanti. Freud ci ha lasciato un metodo e un pensiero. Chi riesce ad essere così grande da applicarlo, capirà che per approfondire le nostre conoscenze e attaccare pezzi di mistero è necessario saper cambiare idee e schemi. Altro che chiese!?
    Luca

  8. @ Luca: benvenuto e grazie del post. Non sostengo che tra Freud e la Chiesa non ci sia una distanza significativa (abissale, non credo).
    Dici che la Chiesa non rielabora i suoi dogmi: ma se sostituisci dogmi con intuizione di fondo, forse neanche Freud si è mosso tantissimo. E la Chiesa ha rielaborato e rielabora continuamente la sua comprensione del Mistero.

    Ma queste sono chiose, non è questo il punto. In realtà sono d’accordo con quanto tu dici; probabilmente tu conosci Freud, ma meno l’esperienza religiosa. In entrambe, anche nella tua descrizione almeno della psicoanalisi, c’è una ricerca delle risposte autentiche, dentro o al di sopra di sè: un comune invito a cercare, un comune riconoscere che la mia percezione quotidiana, dettata dal parroco o della famiglia, di ciò che sono e voglio va approfondita e compresa, perché magari non è quello che sembra. In questo senso c’è un contatto, perché la ricerca religiosa – se la si prende in considerazione senza bigottismo laicista – non è uniformarsi a quanto pensano gli altri, ma una ricerca dura e solitaria come raccontano infinite testimonianze. E, tornando al tema della libertà, psicanalisi è stata rottura con una serie di obblighi e convenzioni – alcune delle quali di matrice religiosa -; ma se è ricerca individuale degli autentici bisogni, nella società di oggi potrebbe portare a conclusioni diverse. Mi fermo qui. Grazie per i tanti spunti interessanti.
    Ciao
    S&P

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