Libertà di reinventarsi

Un foulard rosa e giallo con i fiori rossi in testa, una lunga giacca viola scuro, pantaloni e scape neri. Ma anche un orsetto di peluche attacato alla borsa. L’amica invece ha una tunica verde oliva, ed un foulard a bande intonate, verde oliva, alternate ad altre più chiare, quest’ultime ornate da tondi. Tutte e due dotate di trolley e intensamente chiacchieranti in, credo, arabo. Con la fede al dito, che non so però se abbia lo stesso significato che ha per noi.

Chissà che cosa pensano, quali preoccupazioni, cosa insegnano e sperano per i loro figli. Di quali case si prendono cura, che cosa cucinano tra tradizioni di casa loro e ingredienti italiani disponibili al supermercato.

Questo mi hanno fatto pensare due signore musulmane viste su un mezzo pubblico. I loro figli, o mariti, o cugini, si vedono più spesso; dove vivo, invece, le donne sono meno frequenti.

Qual’è il mio sentimento? Lo ammetto, un filo di nostalgia e anche di timore lo avverto. Di nostalgia per l’Italia quasi solo italiana in cui sono cresciuto, di paura per un Italia in cui la cultura italiana potrebbe diventare minoritaria. Però passano in fretta e la curiosità diventa maggiore.

In fondo i miei antenati si sono visti arrivare visigoti, longobardi, franchi, soldati svizzeri, francesi e spagnoli e quant’altro (e magari facevano proprio parte degli invasori); noi italiani siamo il risultato di questo mescolamento lungamente digerito. Non solo, ho avuto il modo di fare esperienza di quanto sia sgradevole essere trattati da “stranieri” e quindi lasciamo perdere.

Passo a considerare la sfida che si pone a queste donne, ai loro mariti e ai loro figli. Che è la sfida di operare una sintesi tra ciò che sono e sanno, e il mondo che incontrano, questo occidente italiano in cui vivono e lavorano, in cui soprattutto i loro figli crescono ed imparano. Sperabilmente, sapranno trovare nuove concezioni, nuove filosofie.

La concenzione di uomo, donna, madre e padre da passare ai figli, senza rinnegare le radici ma anche proiettandoli verso il futuro.

Anche la società italiana si confronta con il cambiamento demografico, ma più in generale con la più recente modernità. Trovo curioso come, per molti, sia un non-tema la riflessione etica su questa modernità che la Chiesa propone, come se i cambiamenti non richiedessero pensiero e scelte.

Ancora più strano che mi sembra che i tentativi di infondere nuova vitalità nella Chiesa – altre risposte alla modernità – sono perseguitati. Singolare perché questi movimenti sono sempre stata la forza della Chiesa, da S. Francesco a Cluny, e ancora più singolare perché gli attacchi a questi movimenti, spesso rigorosamente cattolici, vengono da fuori dalla Chiesa. I carismatici si sono salvati solo quando la Corte costituzionale ha abolito il reato di plagio. I neocatecumeni sono messi tra le peggiori sette dai cosidetti esperti di cult (poi si scopre dai documenti di questi “esperti”, che sono a volte psicologi aconfessionali, che gli abusi gravi dei neocatecumeni sono solo liturgici).

I movimenti, come Arkeon, che cercano di sintetizzare originariamente esperienze ed influenze, per esempio, degli indiani d’America e quelle sino-giapponesi, ancorandosi comunque al cattolicesimo e senza pensare neanche per un attimo di farsi religione (al contrario della New Age, per esempio), sono anch’essi prontamente perseguitati, proprio perché tentano una nuova sintesi (che diventa spregevole sincretismo). Colpisce quanto questo tipo di nuova sintesi, purtroppo non da una prospettiva cristiana, invece, stia accadendo ovunque nel mondo, come si vede persino nei cartoni animati (vedi Kung-fu Panda).

Emarginato e vituperato è ancora chi vuole ripensare al ruolo del padre e della famiglia, come il movimento maschile (e, anche in questo, più duramente, Arkeon).

Si puniscono quindi sistematicamente e, a tratti, ferocemente gli elementi di trasformazione della società (l’unica protezione sembra essere la Chiesa, almeno in alcuni casi – infatti si ricordi l’attacco feroce a Padre Cantalamessa nel caso di Arkeon).

Il buonismo, o politically correct – che sembra diventare un totalitarismo strisciante delle idee – permette solo agli stranieri di reinventarsi. Gli italiani devono sclerotizzare.

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4 commenti

Archiviato in Arkeon, figlio, padre, Società

4 risposte a “Libertà di reinventarsi

  1. Sai che cosa mi ha permesso di avicinarmi alle persone? In primo, la mia cusiosità, genuina sul mondo e conoscere sempre; poi, spesso dico, togli
    i vestiti, veli, colori,religioni e avrai d’avanti a te una persona e la guardi nei occhi e spesso soride e quando questa sente il rispeto si apre.
    Agli italiani che hanno paura, speso dico, ricordatevi, in passato i italiani sono stati dei grandi emigranti (mio padre) e quando ti parlano dei stranieri come dei furfanti, io risondo micca tutti i italini emigrati erano dei santi !
    Bel Post!
    F.

  2. @ Fabia: hai perfettamente ragione. Da una parte la curiosità per le mille esperienze, dall’altro sempre esseri umani, molto più simili a noi di quanto crediamo. E’strano come noi ci siamo dimenticati di essere stati immigrati, e neanche dei più amati: anche se ora gli italiani in USA e in Australia sono spesso cittadini esemplari e famosi (anche se altri, invece, hanno scelto il crimine). Crimine a parte, credo che, se non sbagliamo troppo, anche tanti immigrati di oggi in Italia saranno tra qualche anno cittadini esemplari, migliori di tanti di noi autoctoni.
    Ciao
    S&P

  3. Mi capita a volte di vedere i ragazzi che escono da scuola. Quello è il momento in cui posso accedere al mondo multietnico di cui si parla tanto oggi. Il massimo di questo esempio sono stati tre ragazzi: uno nero, uno cinese e uno italiano che scherzavano e parlavano nel dialetto di qui.
    E’ interessante il paragone che fai, tra le possibilità e la ricerca della trasformazione in chi arriva e la paradossale sempre più piccola libertà di chi resta, non ci avevo pensato in questi termini.
    Ciao e a presto.
    Fioridiarancio

  4. @ Fioridiarancio: grazie a te. Possiamo diventare un bel paese multietnico, se non si fanno (troppi) errori di buonismo e anche di cattivismo.
    Ciao
    S&P

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