Dalla crisi della maternità alla questione filiale

Una parte importante  del mio itinerarario formativo interiore si è svolta in un percorso formativo nella Via del Padre. Sia in quel percorso che poi nella mia elaborazione personale sono anche ritornato a riflettere sulla Madre. Per rendermi conto negli ultimi tempi, andando oltre alla mia storia personale, almeno sospettando, una crisi a livello sociale della maternità, che spesso naturalmente non è individuale (cioè molte mamme fanno benissimo e felicemente le mamme nonostante tutto).

Lo ha anche affermato la storica Lucetta Scarafia, con l’emancipazione femminile, le donne “hanno conquistato la possibilità di fare tutto quello che fanno gli uomini, ma hanno perso il diritto di vedere valorizzata e protetta la maternità”.

Constato che, dalle più alte cariche dello Stato in giù, la nascita di un figlio, la maternità, è vista come un ostacolo. Ostacolo alla permanenza nel mondo del lavoro, non tanto per garantire un reddito ulteriore, ma per affermare la parità in vista non si  sa bene di quale traguardo, se non quello della rivincita sul maschile. L’invito politico, che si ispirirebbe al Nord Europa (almeno pare), è che lo Stato deve fare la mamma al posto delle mamme vere perché sia garantita la parità.

A livello individuale, sul territorio, come si dice, la situazione è diversa: a molte donne piace fare le mamme. Naturalmente, però, se più donne si dimettono, il Repubblichiere non prende neanche in considerazione questa possibilità. Infatti, le mamme a cui piace fare la madre si devono perlomeno verognare della loro scelta: che diventa ammissibile solo se non hanno reali talenti o possibilità di carriera. Perché usare i propri talenti per crescere i figli è, ovviamente, sprecarli.

Per esperienza matrimoniale e professionale, ma anche di amicizia e conoscenza, non posso che testimoniare l’intelligenza e le straordinarie capacità umane delle donne. Non ho dubbi che un mondo in cui le donne contribuiscono attivamente e pubblicamente è un mondo migliore. Però non sono convinto che questo contributo passi solo da una carriera con il coltello tra i denti, o comunque dalla guerra della scrivania.

Quello di cui parlano in pochi è la risultante questione dei figli. Infatti, chi paga sono spesso i figli, i bambini, la parte più debole. Ma questo non si può dire. I bambini sono ormai terreno di rivendicazione di diritti delle donne sole, delle coppie gay e lesbiche, dell’eugenetica cosmetica. Senza che la voce delle madri, se non sporadicamente si levi per dire che i bambini non possono diventare trofeo di una battaglia, giusta o sbagliata, per affermare diritti.

Invece, il dono della maternità, che così profondamente ed essenzialmente distingue la donna dall’uomo, si trasforma in diritto, anche per la donna, al figlio purché bello e sano, che non possa interrompere traguardi importanti. Anche qui poi le singole madri sono diverse, ma questa è la direzione collettiva.

E’crollata, è vero, l’ipocrisia della madre che, dopo il crollo del padre, pretendeva di essere l’unica ad avere ragione, che si pretendeva santa ed intoccabile, e allo stesso tempo nuovo, esplicito capo-famiglia. Resta al suo posto la donna, single nell’anima se non nei fatti, magari anche con figlio; ma non certo madre. Crolla dunque la madre, come crolla la Madonna con il Bambino.

Madre diventa sinonimo di trascuratezza, mentre la donna della TV, che è sola e trascura i figli, se madre, è quella bella. Ma, se ci si pensa, le Madonnine erano straordinariamente belle. Dunque, madre=trascuratezza è un’equazione recente.

Ci saranno sicuramente fior di studi a dimostrare che la madre in carriera va benissimo per i figli perché, mi sembra, c’è una scienza che si piega volentieri al politically correct.

Ma i bambini hanno bisogno della mamma e costruire più asili nidi – così come vengono intesi – sarà funzionale alla produttività, ma certo non ai bambini. Credo che al cuore ci sia la crisi dell’amore, un discorso ampio. Preferisco concludere con una citazione dello psicoanalista inglese John Bowlby (non a caso anch’egli accusato di ostacolare la causa femminista):

Man and woman power devoted to the production of material goods counts a plus in all our economic indices. Man and woman power devoted to the production of happy, healthy, and self-reliant children in their own homes does not count at all. We have created a topsy-turvy world.

(Il potenziale dell”uomo e della donna dedicato alla produzione di beni materialiha un valore positivo in tutti i nostri indici economici. Il potenziale dell”uomo e della donna dedicato, a casa, alla produzione di bambini felici, sani, e fiduciosi in se stessi non contano affatto. Abbiamo creato un mondo sottosopra)

Fa riflettere.

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19 commenti

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19 risposte a “Dalla crisi della maternità alla questione filiale

  1. Fabia

    Grazie S&P, quello che scrivi o rifletti, lo concordo .
    Io sono nata con l’istruzione che il bambino è un peso, inclusa gravidanza, per essere indipendenti. Allora quando a mia volta sono diventata madre, per la prima volta, mi è stato fatto sentire che questo era sminuente, per me,per una donna che ha sempre lavorato, viaggiato e particolarmente quando sono diventata casalinga.
    Quello che hanno poco capito che quando ero sigle mi sono permessa tante cose, hobby e quant’altro, fino a trovare l’uomo della mia vita, allora per quanto mi riguarda mi sento per niente frustrata da questo ruolo femminile, al contrario, ho imparato molte cose ed ancora lo faccio.
    Grazie,
    F.

  2. Sicuramente per una donna non è facile gestire la famiglia, la casa ed il lavoro.
    Probabilmente è così, la donna di oggi vive meno il discorso della maternità, rispetto ad una trentina di anni fa, perchè il mondo in cui vive è quello della competizione, e molte scelgono la carriera alla famiglia.
    E comunque sia è vero anche, che molte donne ultimamente stanno comprendendo che la carriera non dà le stesse soddisfazione che dà una famiglia con dei figli. La “casalinga” di oggi si sente meno frustrata di un tempo.
    Comunque situazione economica permettendo, io credo che una donna che decide di essere madre e vuole o è costretta a lavorare, dovrebbe saper conciliare bene il suo ruolo di donna, di madre e di lavoratrice: un buon par-time potrebbe essere la soluzione giusta.
    Un abbraccio
    Terry

  3. Bowlby ai suoi tempi fu aspramente criticato dal movimento femminista…

  4. Pur non avendo sotto mano la bellissima citazione che hai trovato (non è che posso rubartela?), anche io è un po’ che penso che la società che uccide il padre in realtà uccide anche la madre e chi paga sono i figli. Condivido in pieno le tue riflessioni e mi fa tristezza che vada così, anche perchè per le famiglie che invece scelgono diversamente, la vita rischia di essere più difficile.
    A presto.
    Fioridiarancio

  5. @ Fioridiarancio: la citazione l’ho trovata in giro per caso, quindi è naturalmente di tutti (anzi è dell’autore). Che la società contro il padre sia in realtà anche contro la madre e contro il figlio, l’ho iniziato a sospettare nelle ultime settimane: per ora è solo un’intuizione. La vita è più difficile, di sicuro, perché la criminalizzazione di Arkeon come movimento, manovrata sui media, ha usato anche questo argomento.
    Ciao
    S&P

  6. @ Sadal-melik: l’ho letto su Wikipedia, per quel che vale, ma non ne so molto. Se hai altri elementi, mi interessano. E comunque non mi stupisce.
    Ciao
    S&P

  7. @ Terry: io andrei anche più indietro di trent’anni. Penso che sia iniziata prima l’idea che la donna dovesse fare una carriera, non per necessità economiche o per esprimere un talento, ma come obbligo etico, come rivincita. Questo è il punto su cui non concordo: che sia un obbligo morale, non una scelta individuale. E’vero, c’è qualche cambiamento, ma si scontra, come i temi bioetici che affronti, più o meno con lo stesso fronte (solo che su questi argomenti anche nella destra c’è chi è per l’equazione donna in carriera=donna realizzata). Sono d’accordo che, a livello individuale, le soluzioni ci sono, anche se potrebbero essere di più (la proposta di prevedere la possibilità per le donne di andare in pensione dopo se si prendono degli anni sabbatici per curare i figli mi sembra interessante); il problema è culturale e sociale. Quanto ci costa la filosofia imperante? Quanto costa ai bambini? Dicono che ci sia un cambiamento, ma sui temi bioetici del tuo blog mi sembra che si vada di male in peggio. Per me le questioni sono collegate; e se c’è un movimento dei padri, per quanto di dimensioni ridotte, un movimento delle madri che abbia una sensibilità sull’eugenetica cosmetica o sull’aborto, da un punto di vista materno, non c’è.
    Ciao e grazie
    S&P

  8. @ Fabia: credo che il tuo sia un bell’esempio, da quello che leggo, che fare la mamma non vuol dire smettere di imparare, interessarsi e contribuire al mondo extra-familiare. Certo, crescere i figli è a tratti faticoso, ma penso la ricompensa nel cuore – lo dico come padre ma lo è sicuramente anche come madre – sia infinitamente maggiore.
    Ciao
    S&P

  9. cosimo

    Ho conosciuto personalmente diverse donne che hanno scelto di fare le casalinghe, tra cui mia moglie. La loro fatica non è stata abituarsi a quella vita, quanto fronteggiare l’incomprensione, quando non addirittura la derisione o l’ostilità, delle amiche/madri/sorelle.

    Lo stupidario è lungo, da “cosa fai tutto il giorno?” (lavoro!) a “ma l’indipendenza economica?” (siamo una famiglia, non due s.p.a., e scommettiamo ogni giorno sul successo del nostro matrimonio non sul suo fallimento). Del resto l’errore nasce già nell’espressione “lasciare il lavoro”: una casalinga non lascia il lavoro, lavora a casa. E il fatto che non sia un lavoro retribuito non vuol dire che non produca ricchezza, come ben sa chi deve pagare tate, ricorrere ai nonni o comprare cibi prefatti al supermercato.

    Credo che ciò rientri in quanto dicevo in un mio recente post sul blog di Risè a proposito dell’ostilità che incontra chiunque “sceglie la propria strada”. E’ un’ostilità che viene non dall’esterno, ma dal tuo ambiente, da chi ti è più vicino. E che nasce dalla semplice paura. Paura che esistano scelte diverse dalle proprie; che le scelte che ho fatto non siano “giuste” né “inevitabili” ma siano semplicemente le scelte che ho voluto o che saputo fare; che la mia lotta per libertà mi abbia reso meno libero, la mia lotta contro “il nemico” mi abbia reso più simile a lui. In questo senso, la tua bellissima espressione “donne single dentro” dice tutta l’amarezza della solitudine interiore, che è separazione da se stessi.

    Altro è la pace dentro di sé, che mi mantiene in pace con te. Ricordo con tenerezza la reazione che ebbe mia madre, a sua volta madre casalinga felice, quando seppe da mia moglie della sua decisione. Gli occhi le si riempirono di lacrime di commozione. “Non ve ne pentirete” disse, o qualcosa del genere. Non perché era felice della scelta in sé, ma perché riconosceva la stessa scelta che aveva portato lei 30 anni prima a lasciare tutto e attraversare l’Italia per costruire la sua storia d’amore.
    In quel momento ho pensato alle generazioni che passano, a sua madre che aveva avuto un matrimonio spesso difficile, alle ferite che possono essere guarite da chi le porta, e passate come seme di esperienza e libertà.

    Il mio augurio, in questo senso, è quello di S.Agostino: ama e fa quello che vuoi.

    cosimo

  10. @ Cosimo: grazie del commento, bellissimo. Credo che Risé, o la sua redazione, abbiano usato una parola importante: trasformazione. Ecco, credo che Risé, come Arkeon e come, se vuoi, il cristianesimo, siano per la possibilità della trasformazione, per la possibilità della conversione (sempre e nuova). C’è un altro partito, che è dentro di noi, dentro le nostre famiglie, ma che ora è anche sociale e dotato di strumenti di pressione straordinari che è contro ogni trasformazione, e non esita a chiamare plagiato chi cambia. Lo stesso partito cinquant’anni fa voleva costringere tutte le donne in casa; oggi vuole il contrario. Sorprende che sia così capillarmente attivo contro le donne e le madri che fanno scelte in qualche modo anti-conformiste; ma mi ha colto del tutto di sorpresa scoprire l’ampiezza degli appoggi e il livello di scontro cui è disposto per negare alle persone la libertà di sperimentare e scegliere. Grazie della vostra storia, per me emblamatica: inizio a sospettare che dietro la crisi del padre e del maschile, della madre e del femmininile, la vera crisi sia quella dell’amore.
    Ciao
    S&P

  11. bajraktari

    carino il tuo blog, complimenti

  12. @ Bajkar: grazie. Seguo il tuo con grande interesse.
    Ciao
    S&P

  13. Pingback: Noi ci scommettiamo « Fiori di Arancio

  14. cosimo

    Avevo notato anch’io la parola di Risè “trasformazione”, che effettivamente è la “conversione” cristiana.
    Ciò che mi colpisce è come “la conversione del cuore” venga intesa da alcuni in senso transitivo (io converto il cuore) mentre il suo senso è intransitivo (il cuore si converte).
    Chi ha paura di cambiare teme di essere cambiato a forza, vede plagio dappertutto e finisce per essere lui a cercare di cambiare te, impedendoti di seguire la tua strada, giudicando le tue scelte, decidendo lei cosa è giusto e cosa no.
    Purtroppo questa paranoia personale, che richiederebbe tanto aiuto, è facilmente strumentalizzabile da chi vuole agire il controllo sulle cose per affermarsi. E fa vittime.

    Cosimo

  15. Voglio agiungere ancora a quello scritto da voi, che purtroppo questo tipo di attitudine e il classico modo dove le persone ti vogliono fare passare per pazza e malata di mente, dunque necessità di cure.
    Cosimo, ti ringrazio, mi hai fatto salire una emozione forte legendo quello che hai scritto!

    E qui mi fermo…..
    F.

  16. @ Cosimo: credo che l’esperienza terribile della programmazione testimoni proprio il tuo punto di vista. Non vi è caso più lampante (ancorché inefficace), per esempio, di riforma del pensiero di quello praticato dai programmatori USA, ad incominciare dal primo Hassan. Può darsi che alcuni enti svolgano un ruolo di denuncia utile, ma, in molti casi, è del tutto palese che non siano in grado di gestire le situazioni, proprio per le difficoltà che dici. Ma, evidentemente, si creano alleanze con interessi diversi.
    Ciao
    S&P

  17. @ Fabia: infatti, è il classico modo. Purtroppo non dubito che si ricorrebbe anche a questo se solo si potesse.
    Ciao
    S&P

  18. Caro Sudore&Pioggia,
    mi permetto di condividere con Te e con chi siede in questo cerchio con noi, ora, alcuni “ma…” in merito a quanto da te scritto. Chiedo scusa in anticipo per la lunghezza del testo.

    1) Conosco molte donne (collaboratrici domestiche, sportelliste, segretarie, contabili, infermiere,…: impieghi comuni di medio livello…) che vivono il loro lavoro non come rivalsa sul maschile ma come sostegno per la loro famiglia.
    Forse per un osservatore esterno questo contributo non è economico come talvolta noi lavoratrici crediamo ma consiste più nel nostro benessere psichico… ma comunque alla base c’è il “fare la propria parte”… forse questa scelta merita rispetto nonostante tutto.

    2) Talvolta temo che tutti quanti carichiamo chi più ci è vicino di paure e proiezioni solo nostre. A seconda di come viviamo la coppia ed il lavoro domestico o fuori casa, il mantra sarà “stai a casa, i figli prima di tutto!” o “mantieni la tua indipendenza, cercati un lavoro”. Le famiglie di origine – come pure noi, se non ci prestiamo attenzione – resistono a qualunque cambiamento che vada in direzioni sconosciute o non sperimentate. E’ il “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova!” E’ un istinto di sopravvivenza che ha custodito la razza umana fino ad oggi.
    In realtà forse ciascuno deve solo avere la libertà di precorrere la propria strada, di sperimentarsi senza che questo gravi troppo sugli altri.

    2 ½) …Se una donna “si realizza” nella cura della prole forse diventa troppo il bisogno che quella dedizione porti il frutto che io mi aspetto perché quella mia “dedizione” non sia stata vana e non quello che la piantina di fronte a me può realmente dare…
    E quando i figli iniziano ad avere un fisiologico bisogno del loro spazio che rimarrà di quelle devote madri? Che sentimenti condiranno il nutrimento che porta in tavola la sera? Riuscirà a lasciare aprire le ali? O di qua e di là passerà più o meno criptato il “non mi lasciare sola, io ti ho fatto per me!” (che purtroppo ho sentito spesso dire alle madri di una volta che erano obbligate a stare a casa…)
    Forse a quel punto è meglio una madre un po’ meno presente ma che si realizza da se stessa… Io ho tentato di farlo tramite mio marito, e per fortuna che me ne sono accorta in tempo perché stavo sfasciando la mia famiglia. Non oso immaginare che succede se capita con un bambino!

    3) Pensa che meraviglia se davvero fosse l’intera Società a prendersi carico dei bambini, a considerare se stessa (perché questo sono i bambini: noi stessi solo un po’ di tempo fa) un tesoro prezioso di cui avere cura: quello che io madre/padre non so o non posso darti non ti verrà a mancare perché ci saranno altri che lo sanno e lo possono fare… e così lo dono anche a me stessa. Forse sarebbe un volerci un poco più bene, no?

    4) Per la mia piccola esperienza la paternità e la maternità mi paiono più come stati mentali che non sempre vengono a ruota dopo il parto: non tutte le donne che vedo generare un figlio sono o sono-portate-per-essere madri. Capita, alle volte, che procreiamo solo per mettere una tacca nell’elenco delle esperienze di una vita o perché ci è capitato. Alle volte semplicemente scegliamo di non mettere le mani in quello che la creaturina appena uscita dalla nostra pancia porta fuori con sé. Non farlo forse è una scelta che, per quanto dolorosa per chi la subisce, va rispettata: a torto o a ragione ci mantiene sufficientemente in equilibrio.
    In questo senso trovo un’ipocrisia il “prima era più bello!”
    Nelle epoche precedenti c’erano i pedagoghi, le bàlie e le nutrici. C’erano delle nonne o zie o sorelle più o meno portate per l’accudimento dei pargoli che lo facevano per le donne che erano nei campi o alle feste. C’erano i collegi ed i conventi. Ci sono gli asili e le tate. Dov’è lo scandalo?
    Magari quella pessima madre è un ottimo medico o un’ottima manager!

    5) Mi rendo conto che, per una digiuna di bambini e dei loro meccanismi, trovarsi “madre”, sola in casa perché il marito è al lavoro, con la responsabilità di provvedere ad una vera e propria “idrovora di attenzione ed energie” deve essere traumatico. Chi può biasimarla se fugge a gambe levate lasciando la creatura a qualcun altro? Sembra di non poter staccare mai, che “se io non ci sono muore”: non lascia nemmeno il tempo per una doccia!… E poi quel pianto perfora i timpani e squarta la pancia. Riesce a sfondare la barriera del suono per non so quanto tempo con una forza ed una resistenza che non si capisce da dove vengano fuori visti i pochi centimetri di lunghezza!
    Mi sono fatta l’idea che sia la paura del bambino che viene fuori tramite le nostre labbra, come se fossero dei ventriloqui e noi il loro pupazzo.
    Tant’è ce ne facciamo risucchiare.
    Le mamme sono trascurate: se io ero trascurata anche prima dell’arrivo dei figli non credo che questi mi cambino in meglio… Forse possono diventare un alibi per la mia trascuratezza (ammesso che io la percepisca come tale)! Se invece io mi curavo prima dei figli perché mi rendeva in pace con me stessa, per amarmi ed ora non lo faccio più, forse ho “cambiato programma” e non sto più vivendo la mia vita ma mi sto immedesimando in quella di qualcun’altra dalla quale ho appreso l’equazione madre= trascuratezza! … poi non è affatto detto! Non credo che saranno i figli a non permettermi di amarmi…
    Quanto allo stereotipo proposto dai media… beh, non è un dictat: siamo noi che abbiamo il telecomando in mano, non viceversa… Siamo noi che possiamo fare “cultura”…anche se – lo so – è istintivo e molto più comodo dare la responsabilità agli altri…

    6) Infine eccomi.
    Io sono stata sia lavoratrice per altri, sia esclusivamente per la mia famiglia (=casalinga). Entrambe le fasi della mia vita erano ciò di cui avevo bisogno nonostante tutto quello che dicessero gli altri. Entrambi sono stati “veri” e li difendo.
    Della dipendente di azienda ricordo la passione, la curiosità e la gioia che impegna anima e corpo di quando stai imparando una professione. Anche la stanchezza estrema. Ricordo le soddisfazioni professionali ed umane. Ricordo la solitudine. Ricordo gli errori. Ricordo la mancanza di tempo per la riflessione, per la ricerca della mia identità al di fuori del ruolo. La fatica del gestire casa e lavoro, il senso di divisione. Da tutto questo – e da altro – la scelta di dedicarmi esclusivamente alla famiglia ed alla casa.
    Della casalinga ricordo la fatica e la soddisfazione della solitudine tra le pareti domestiche. Di quei muri che riflettono solo te stessa spogliandoti dei titoli, delle lauree e delle onorificenze guadagnate sul campo. Di fronte al negoziante di turno sei una persona come tutte le altre. Almeno all’inizio. Ricordo lo sparire del presunto “io” per conoscere e dare spazio al presunto “noi”. Ricordo la costruzione di una “casa” a partire da un appartamento. Di un vicinato a partire da semplici inquilini di condominio. Di una moglie a partire da una sposa. Ricordo con gioia lo sperimentarmi anche nelle arti miticamente ascritte alle nonne: cucina, cucito (e simili), cura. Certo, dopo un po’ il ripetere come una meditazione o una preghiera sempre gli stessi gesti offrendoli ai familiari ed a Dio ha cominciato a non bastarmi. La sensazione (l’errore) anche non coscientemente trasmessomi da mia madre e da mia suocera, era nell’attribuire al mio lavoro meno valore di quello che attribuivo al lavoro “esterno” del mio compagno di viaggio. Quell’errore che fa sì che, dopo una lunga giornata di lavoro densa per entrambi, lui ha il diritto di tornare a casa e sedersi sul divano mentre tu ti senti il dovere di stare in piedi fino a tardi per cucinare, riassettare e stirare servendo tutti quanti. Perché loro sono tornati da fuori mentre tu sei stata a casa tutto il giorno (!) e potevi prenderti le pause quando volevi (!!!).
    Con il passare del tempo è comparso ed è diventato imperante il senso di inutilità che, nonostante il sostegno di chi già c’era passato, non sono riuscita a sciogliere.
    In fondo non fa male cambiare prospettiva per risolvere un puzzle: se sono arenata da questa parte magari di là trovo la soluzione!
    Sento tanto lo spessore e la sicurezza in me nonché gli impulsi di novità che il lavoro conto terzi porta nella nostra casa. Finalmente inizia ad essere un soffitto con due pareti che stanno in piedi ciascuna per conto suo… e questo non è poco.
    Forse quell’io che credetti di lasciare non era un io e quel noi che credevo di costruire non era un noi.

    Un abbraccio e grazie dell’ospitalità.

    Pulvis.

  19. @ Pulvis: benvenuta prima di tutto, e grazie del tuo commento, interessante ed articolato.
    Le donne hanno sempre lavorato, in una forma o nell’altra, per sostenere se stesse, ovviamente, e le loro famiglie. Tanto quanto gli uomini. Oggi per fortuna – ma forse in parte è sempre stato così – si riesce a lavorare anche per esprimere qualcosa di sé, per contribure, come dici, anche alla società. Nel mio post, mettevo in luce che, come un tempo lo si diceva ai figli (“devi fare carriera”), oggi lo si dice socialmente alle donne. E, mentre sul piano individuale ci sono tante motivazioni sensate, che le donne debbano far carriera in modo da garantire un bilanciamento dei sessi in ogni settore professionale mi sembra una cosa senza senso.
    Per quanto riguarda la società che si occupa dei bambini, ho un’istintiva ritrosia. Sì, vorrei una società che pensasse ai bambini, che facesse posto ai bambini, che li mettesse al centro dei propri progetti. E sicuramente questo non accade. Però temo anche la società che si occupa dei bambini quando è impersonale e diffusa. La paternità, e la maternità, sono relazioni personali. Quando altre persone contribuiscono alla crescita dei figli, credo che anche questo debba essere un fatto di persone. Non credo nella società in astratto, specie in questo campo.
    La maternità, come la paternità, è, per come la penso io, una forma di servizio, un dovere, molto prima che un diritto. Forse sono fortunato perché sono stato cresciuto così: i figli ricevono, i genitori danno. Finché ero solo figlio, era scontato ricevere; come sono diventato padre, è stato istintivo il cambiamento. Per molti anni mi sono chiesto – fin da bambino a dire il vero – che cosa senza senso era mettere i figli prima di se stessi. Come si potevano far felici i figli senza prima far felici se stessi? In parte lo penso ancora, ma è avvenuto in me anche un cambiamento che forse è semplicemente biologico. Oggi la felicità dei figli viene prima della mia – semplicemente e naturalmente. Darsi delle priorità non vuol dire non cercare strade nuove, altre soluzioni, anzi. Però, c’è un dovere, un principio d’ordine: quello che va bene per i figli si fa. Poi il resto si vede. Per cui un’ottima manager, secondo me, deve prima vedere dove sta – autenticamente – il bene dei suoi figli. Perché alla fine quello che si è fatto verso i figli è il metro di giudizio verso se stessi in letto di morte.
    Nella vita ci sono tante cose che non vanno per il loro verso. Quindi, a volte, le cose non vanno per il loro verso, e nonostante ciò da questo nasce qualcosa di bello. Ma non ce la si può raccontare. Un bambino ha bisogno della sua mamma e, se questa non può esserci (per motivi a volte tragici), di un’altra mamma. Ma non è un ruolo che si può spalmare sul collettivo.
    Paternità e maternità non sono stati mentali. Sono, senza voler parer blasfemo, quasi dei sacramenti. Uno può essere battezzato ed ignorare la questione, ma resta battezzato.
    Interessanti i tuoi commenti sul ritrovarsi “madre”. Di nuovo, per me, per quanto riguarda la paternità, si tratta di dire “sì” ed accettare la propria strada. Le madri sono stanche, spesso; ma molte non sono trascurate. Temo che il problema sia più vasto: diventare madre, all’interno di un matrimonio, è una forte prova di appartenenza al proprio compagno. Prima, si può essere belle per i vari galletti (ma vale anche per il maschile); poi, parlo sempre a livello sociale, c’è una prima fase del matrimonio, in cui comunque l’appartenenza è iniziale. Poi, però, essere belli l’uno per l’altra, quando chiaramente non è essere belli per gli altri (che sono definitivamente fuori gioco), diventa più difficile, la resistenza diventa maggiore. Infatti, ma bisognerebbe studiare la questione, la mamma single, che dovrebbe essere più stressata, si ritrova più bella. Ora il mio discorso era che tutto questo, che magari è qualcosa che succede per contro proprio, viene amplificato per cui diventa anche una pressione sociale. Per quanto riguarda i media, l’influenza è molto, ma molto, ma molto più profonda di quello che pensiamo (senza che siamo automi, per carità, al lavaggio del cervello non ci credo).
    Infine, grazie per aver raccontato la tua storia. Come ho scritto, riscontro continuamente quali effetti positivi, quale straordinario contributo portino le donne nel campo del lavoro. Mi sono domandato, per vari incontri e riflessioni, come mi sentirei un domani se mia moglie diventasse un personaggio, che ne so, politico. Penso che ne sarei felice. Il punto non è farsi irrigidire in qualche schema, ma cercare e trovare cosa è vero, e giusto, per sè e per la propria famiglia in un certo momento. Sono profondamente convinto che uomini e donne non siano uguali, ma complementari. Gli uomini sono custodi del mistero della paternità; le donne sono custodi della maternità. Richiedono tempi, scelte, impegni diversi.
    Quello che penso è che la nostra società ci sta portando via dal riconoscere questa diversità. Ho riscontrato in altre discussioni su questo blog quanto sia difficile oggi parlare di differenze, ma soprattutto accettare che diversità non vuol dire inferiorità. Ci sono tante strade alla felicità: l’importante è percorrere, senza cercare scorciatoie ed accettando ciò che si è, la propria, e non quella di qualcun altro.
    Ciao e grazie ancora
    S&P

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