Contro i figli?

Torno alla vicenda del diverso trattamento riservato ai padri, in particolare al caso Eluana.

Secondo me, c’è di più di quanto ho provato a dire e letto in rete [dopo aver scritto questo posto ho letto una riflessione molto interessante su questo punto qui, in cui si parla della parte “Ombra” del padre, che noi in Arkeon chiamavamo “parte piccola”].

Perché, istintivamente, per molti, il padre che chiede la morte della figlia ha ragione, sa, ha le prove, mentre il padre che non ha fatto, non sa, mente, è assassino? Certo la prima era gravemente malata, in come; gli altri sani. Ma è solo questo? Oppure nel caso di Eluana si sono identificati con il padre, e con quello che – visto in televisione e quindi del tutto diverso dal reale – è appaso il gesto caratterizzante di quella paternità?.

La nostra società si è rivoltata contro i padri, contro le madri e contro i figli. Perché essere in questo flusso, da padre a figlio/a, da madre a figlio/a, ti costringe ad accettare un dovere, a limitare la libertà, a restare in contatto con una parte interiore di te – che, nella sua autenticità, ti pone un vincolo.

Allora, il padre che vuole dare la morte alla figlia che soffre ci libera tutti, ci mostra una via d’uscita se dovesse capitare a noi, una via d’uscita socialmente approvata, tra l’altro. Ci dice che, in fondo, quello che non è al massimo, che ci turba, si può eliminare e andare avanti. Non c’è bisogno di piangere e disperarsi, di una vita di sacrificio, di perdere la propria compostezza nel dolore, di rischiare di disfare tutto per una fedeltà.

Non voglio sminuire la profondità infinita del dolore per la perdita della vitalità, dell’identità di un figlio. Ma altrettanto terribile mi sembra che basti una clinica, che non ci sia neanche bisogno di recarsi di persona, se non per ritirare la salma. Non è neanche la mano del padre a macchiarsi del gesto, ad assumersi la croce di quella scelta estrema. La colpa, se c’è, se la assume “il popolo italiano”.

Non voglio, lo ripeto, togliere peso alla sofferenza, il mistero della sofferenza di quell’uomo e di quella famiglia. Ho visto la fatica, il dolore quotidiano che è avere un figlio con un handicap grave. E sono arrivato alla conclusione che l’unico modo per alleviare questa croce è portarla un po’tutti, anche solo attraverso le tasse che sostengono i servizi sanitari.

Ora, quando la società, a cominciare dal Presidente della Repubblica, è pronto a gesti irrituali per consentire una morte, io mi preoccupo perché vuol dire che questo è ormai patrimonio collettivo, non è più il padre, la madre o il fratello, o il figlio che si fanno carico di quel peso, rendendolo vero e concreto. Vuol dire che siamo pronti a sanitizzare il tutto, a farci carico del diritto di vita o di morte, del bisogno di libertà dal dolore.

In questo clima non mi stupisco affatto se Arkeon sia finita nell’occhio del ciclone. Arkeon disturbava le coscienze, ti metteva nelle condizioni di rivedere la relazione con tuo padre e tua madre, con i figli, ti metteva nella condizione di sentire un po’ più autenticamente il tuo dolore. Andava controcorrente.

E’chiaro che si sia dovuto picchiare duro e si sia trovata la rapida alleanza di chi vuole la società normalizzata.

Con questo, sono certo che i miei sono ragionamenti di principio e che se fossi dentro quella storia, potrei pensarla diversamente.

Si va da qualche parte

Si va da qualche parte - speriamo bene

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