I primi seminari

Non ho un ricordo preciso dei primi seminari. Parlavo tanto di Reiki, ma i cambiamenti nella mia vita non c'erano. Ascoltavo ed ero entusiasta. Leggevo i libri di Jacopo Fo, che alla fine non erano questo granchè (per esempio, Lo Zen e l'arte di scopare, Diventare Dio in dieci mosse), ma ero improvvisamente interessato a tutte le cose che ci sono. Ai seminari dell'allora Reiki, che frequentavo ogni tre-quattro mesi, sentivo i racconti delle persone, spiegazioni più o meno coinvolgenti. Vedevo le persone commuoversi e mi sembrava impossibile che anch'io potessi commuovermi, ora è un'esperienza quasi quotidiana, ma allora non sapevo cosa fosse una lacrima sulle guance. Era una grande sorpresa, insomma.

Mi ricordo bene invece lo scambiarsi di trattamenti, che prevedeva incontri, appuntamenti tra “allievi”. Era un mondo molto soft, almeno nella mia percezione, dove ognuno poteva essere tutto e il contrario di tutto. C'era molta gentilezza verso i nuovi arrivati e, da parte mia, l'impressione che chi frequentava da anni avesse chissà quali conoscenze od esperienze. A parte l'estrema attenzione per la posizione delle mani nei trattamenti, non ho mai visto nulla che fosse fatto volontariamente per farmi pensare a persone super-esperte, nè c'era nessun grado formale. Ma mi piaceva credere che ci fossero queste
 persone che ne sapevano tanto più di me.

Ricordo bene invece in una notte, credo, d'autunno un'amica venuta ad una presentazione.Family Disse che lì si faceva bene, ma sul serio e non aveva nessuna intenzione di guardarsi dentro, di ascoltare le angosce degli altri che possono sempre diventare le nostre. Penso che abbia fatto bene, non solo per libertà, ma per rispettare la scelta che sentiva, allora, giusta per sé. Allo stesso tempo, mi conferma che, fin dall'inizio, io volevo fare sul serio. Senza rinunciare all'ironia, ma rifiutando il cinismo, cercavo un ambiente, un gruppo di persone dove si potesse parlare dell'amore, dei sogni quotidiani come degli incubi della vita reale, delle paure, delle solitudini, dei propri piccoli drammi sul serio. Tra i gentlemen, non si parla di cose troppo forti o sgradevoli come la morte, l'amore, la vita. Non volevo questo, volevo parlare delle cose che contavano. Questo si faceva.

Ad un seminario, erano i primi tempi, venne un tale che, invece di chiamarsi Mario, Giovanni, Enrico, pronunciò con inconfondibile accento nostrano un irripetibile nome indiano. Si era addentrato in non so quale percorso di matrice buddhista o hindu. Concluse con una condivisione molto chiara. Diceva che era deluso, in una certa forma, perché si era aspettato altro, la sua ricerca era più assoluta, mentre già allora al Reiki di Vito Carlo Moccia si parlava delle emozioni venute fuori dai trattamenti, che riguardavano i Mario figli di Giovanni, delle Giovanne figlie di Marie, del nostro mondo quotidiano di sempre, cercandolo di renderlo nudo e crudo.

Io non cercavo niente di più lontano, la filosofia non l'ho mai capita, in India non ci sono mai stato. Mamma e papà, invece, mi erano argomenti ben noti.

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