
Avevo già letto la proposta di introdurre il cognome della madre, come complementare o alternativo a quello del padre. Fioridiarancio, con il suo post, mi ha preceduto e mi ha ricordato come le èlite, convinte di riconoscere il progresso, lo impongono (o tentano di imporlo) con la forza ai poveri mentecatti che non la pensano come loro (e avendo il controllo dei libri di storia va spesso a finire che imporre il progresso a foza va bene, se è nella direzione politicamente corretta).
So che è un discorso più complesso, ma resto senza parole. Dice la Bungiorno, secondo Fioridiarancio: “se non si introduce l’obbligo, la consuetudine non si scardina”. E chi le dice che bisogna scardinarla? E se anche con lei fossero la maggioranza degli italiani, quale mandato divino le permette di imporla a chi la pensa diverso?
Ma della dittatura di certe minoranze, e della oppressione di chi non canta nel coro, ne ho già parlato, e ne parlerò ancora: si ripropone naturalmente in un paese come il nostro.
Invece mi interessa parlare della “regola che impone ai figli il nome del padre” (veramente i figli poi possono cambiare cognome se credono; mi sembra si parli piuttosto di un movimento che vuole imporre ai figli il nome della madre).
Dico subito che difendo la regola attuale.
C’è un motivo istintivo. Da quasi mille anni, i nomi procedono in questo modo. E’una caratteristica sociale italiana, che non danneggia nessuno, semmai urta solo certe sensibilità di minoranza. Sono contrario ad abbandonare tradizioni che non si dimostrano palesemente cattive, anche se non le capiamo fino in fondo. La regola del cognome è una delle cose che abbiamo in comune con i nostri avi, e che ci distingue dagli altri popoli.
Cambiarla perché fare ingegneria sociale è politicamente più semplice che affrontare i nodi del paese mi sembra un’idea sciocca quanto imporre agli italiani di fare colazione con le salsicce (e poi si scopre che la nostra tradizione era meglio di quella altrui).
Ma questo non basta. Ne abbiamo parlato in famiglia e mi sono visto sfidato a spiegare semplicemente perché – ora e sempre come serve ai più piccoli – credo che sia giusto dare ai figli il cognome del padre. Il motivo è, ho detto, che, mentre la madre nutre ed è presente con il suo affetto anche più del padre i figli, il padre accompagna i figli nel mondo. E’lui che li protegge, li introduce e li accompagna nel mondo fuori di casa, soprattutto quando iniziano a diventare grandi. Ed è all’ombra del cognome del padre, del rispetto per quel cognome che il padre, e il nonno, hanno costruito, che il figlio e la figlia crescono.
Questa tradizione, come già dicevo, ci accomuna a padri, nonni, bisnonni, trisavoli e così via. Per un tempo immemorabile, il cognome che porto – ed è ora anche dei figli – ha dato un’identità di generazione in generazione, identità che si può mutare ma che ci lega come un filo alle origini, che ci radica ad una storia e ci congiunge alle sfide, alle gioie e alle difficoltà del passato, che per molti versi sono anche quelle del futuro. Lo stesso vale per tutti, anche quando questa storia è passata per un’adozione e quindi per una storia diversa.
Nella nostra civiltà le radici e la memoria delle generazioni sono patriarcali. Ho avuto modo di constatare, ed è questo purtroppo che manca nei dibattiti intellettuali dei giornali, come l’identità di uomo e di padre, come di donna e di madre, non siano accidenti o elementi superficiali, sostituibili, ma segni profondissimi del nostro essere, il cui stravolgimento causa infelicità.
Credo anche che ci sia un grosso equivoco nel ruolo di uomo e di donna, in una guerra che è spesso emotivamente e verbalmente violenta nella nostra società. L’equivoco è, secondo me, l’uomo che – nel passato ma anche nel presente - se la gode alle spalle della donna, da cui un triste sentimento di rivincita.
Sarà sicuramente accaduto e magari accade. Ma, per tanti, ne sono certo, quello di essere uomo, o di essere donna, è stato semplicemente il sentimento di se stessi e la spinta a realizzare quanto si è, quasi il dovere, anche con tutti i sacrifici del caso, in un’alleanza tra diversi, ma pari.
Non partorisco, nè allatto. Difendo invece lo spazio in cui mia moglie può farlo. E do il cognome di mio padre ai miei figli e alle mie figlie, per accompagnare i figli ad un analogo destino (diversissimo nelle forme che potranno scegliere, ma analogo nell’essere uomo e padre) e le figlie verso un uomo che le saprà amare ed onorare.
Per me è un filo logico, che viene meno solo quando rinuncio a difendere lo spazio e la famiglia. Allora crolla il senso di questo, ma, anche se socialmente questo accade perché molti padri rinunciano al proprio ruolo, ritengo che sia meglio per i figli avere, nel proprio cognome, la memoria di come dovrebbero funzionare le cose.
So che tanti dissentono. Parliamone volentieri. Ma che si debba imporre a me – ovviamente mentecatto perché non sono d’accordo - il progresso di chi sa tutto, proprio non mi va giù.