Settembre 20, 2009

“Setta” Arkeon, presi in giro milioni di italiani

Nei prossimi giorni, c’è un evento importante nella vicenda giudiziaria di Arkeon. Non ho molta fiducia.

In questa storia, infatti, sono stati presi in giro milioni di italiani da media sempre pronti allo scandalismo senza etica e professionalità, da associazioni con coperture di vario tipo ma nessuna (a mio giudizio) reale preparazione scientifica ed etica, da individui (pochissimi) che hanno scritto storie non vere o mistificate per vendette personali e, lo dico con il massimo dispiacere, da altri che, in questo paese, dovrebbero avere come primo obiettivo l’accertamento della verità. Sono mie idee, però basate su quanto letto e vissuto personalmente negli anni.

A milioni di italiani è stato fatto credere che Arkeon fosse una setta, cosa non vera, ed è difficile trovare una sola cosa vera tra quanto riportato da media e cosidetti esperti (che si fanno scudo dello più insidiosia pseudoscienza per proporre, oltre a pseudofatti, pseudoteorie). Si è costruita una storia di impatto mediatico che non ha riscontro nella realtà, forse per regolare certi conti (come ha scritto qualcuno).

Penso piuttosto sia la pochezza di questo paese, e la facilità con cui il ripetere “sono un esperto” o “sono una vittima” (peraltro spesso dalla stessa persona a tempi alterni) alla fine venga creduto.

Ho conosciuto Arkeon,e so cos’era; e se c’è stato qualche errore, è stato isolato. Ormai lo hanno scritto in decine di persone su Internet, a volte con accenni critici, ma smentendo la versione di forse cinque persone che tapezzano la rete delle stesse cose ripetute ossessivamente. I loro racconti possono appassionare chi è alla ricerca della setta di cui spaventarsi o del fatto di cui scandalizzarsi: ma non trovano corrispondenza nei fatti (e parlo per esperienza).

Ma in un paese come il nostro, cinque persone con gli appoggi giusti, con l’espertismo e il vittimismo giusto, fanno in fretta a mettere nel sacco milioni di italiani.

Perché, con quanto è stato raccontato dai media, Arkeon non c’entra nulla e la verità è stata avvolta nella nebbia di cose non vere.

Settembre 14, 2009

Gli adolescenti e la sessualità sociale

Come sempre in maniera intelligente ed originale, Claudio Risé ha scritto di recente un articolo su adolescenti e sessualità, soprattutto in rapporto alla violenza e alla mancanza di educazione alla sessualità. Educazione alla sessualità che moderi la sua natura primordiale e la inquadri nel rispetto della persona.

Vorrei aggiungere un’altra prospettiva cui ho accennato in un commento all’articolo di Risé.

Ho l’impressione, con altri, che sugli adolescenti si scarichi una corrente erotica e frustrata presente nella nostra società. Penso che sia in una qualche misura un fenomeno di sempre, ma, secondo me, da un po’di tempo l’età delle modelle e anche la comunicazione pubblicitaria sembra scivolare maggiormente verso l’adolescenza (e prima). Si tratta di un trend che si osserva da anni, sicuramente, ma non per questo trascurabile.

A mio avviso questo trend si spiega con un elemento fondamentale. La sessualità, sotto la pregnante realtà del piacere fisico, è anche una ricerca di innocenza e la nostra società sempre meno innocente trova nell’adolescenza, per quanto essa stessa aggressiva, un’innocenza di cui nutrirsi.

Osservo quindi sulle spiagge italiane una nudità sempre maggiore, soprattutto da parte degli adolescenti, su cui è facile fare del moralismo. Quella della vita bassa – nei ragazzi – che lascia in vista vari boxer Calvin Klein non è moda di adesso, ma che per ora non passa. Una cosa analoga succede alle ragazze con lo stile ispirato alle Winks. C’è un trend collettivo verso un sempre maggiore svestimento degli adolescenti e una loro sessualizzazione.

Come dicevo, credo che da una parte vi sia una richiesta da parte della società di eros che gli adolescenti, bombardati dalla pubblicità e dalla comunicazione, soddisfano. Ma, in questo svestimento, c’è anche la risposta degli adolescenti che consiste nello spostare l’attenzione dagli occhi, dal viso, dall’anima, al corpo. E quindi, nella scelta volontaria di mostrare il proprio corpo, in parti sempre più intime (la vita bassa come il sedere più o meno scoperto), c’è anche una difesa, dove lo sguardo dell’altro deve andare al corpo per non violare l’intimità che ci sarebbe nello sguardo. Sospetto che anche dietro ai piercing spesso ci sia una strategia inconscia simile: far distogliere lo sguardo per nascondersi, come anche sfidare l’altro per vedere come si comporta davanti alle apparenze sgradevoli (il piercing). O per rendersi piacevoli solo ai propri simili.

Immagino dunque che, partendo dalla tradizione degli arabi, il velo, non il burka che è qualcosa di diverso, vada letto anche come estrema risposta al tentativo di fisicizzare l’altro, come costringere l’altro a parlare con gli occhi, che sono lo specchio dell’anima, invece che a cercare il corpo.

Forse alla fine, l’adolescente di oggi davanti alla persona che ama non si sveste, si veste.

Perché, in fondo, nell’incontro con lei (o con lui), quanto più intimo esso è, voglio incontrare l’anima, mentre il corpo è “solo” uno straordinario e meraviglioso tramite.

Settembre 10, 2009

Sono fiero dell’esperienza di Arkeon

Volevo seguire il filo dei discorsi, ma, giracchiando qua e là, ho trovato che i soliti, oscuri suggeritori (probabilmente) stanno cercando di mettere in difficoltà una persona (cui va la mia solidarietà) per via di Arkeon, ovviamente al passato (nessun link perché chi si presta a queste operazioni non merita certo di essere citato). A conferma, se ce ne fossero ancora di dubbi, di  che genere di persone siano questi oscuri suggeritori (che siano loro all’opera è la relazione temporale e le modalità che me lo suggeriscono) che delle vittime, almeno loro, hanno veramente ben poco.

Aggiungo che sono fiero dell’esperienza di Arkeon. La verità è stata stravolta in una maniera talmente sconvolgente che il caso Boffo – al confronto – mi sembra infantile. Prima o poi, spero, tutto questo verrà fuori.

Un pensiero a chi, passato dall’esperienza di Arkeon, pensa che questo trattamentosia riservato a pochi e che gli “oscuri suggeritori” non colpiscano chiunque appena possono.

Settembre 10, 2009

Il destino di un uomo

Il mio post sul cognome, sull’antico patronimico, diventato terreno di rivendicazione del femminismo di ritorno, ha contribuito all’ispirazione di un post di Alessandro che mi è molto piaciuto (e invito a leggere).

Dal mio post è partita anche una riflessione sul mio essere padre e marito, nonché uomo. Ho sempre trovato odioso il concetto di destino. Forse ero troppo giovane per capire, oppure non mi era stato spiegato bene. Forse c’è persino una parola più adatta. Ma ho oggi la chiara sensazione che io, per storia, biologia, indole, ecc., abbia un “destino” che non è una gabbia, ma una possibilità. Un po’come nascere con le ali e riconoscere quella di volare come propria possibilità da non perdere.

Mi fa riflettere il mio destino di uomo. Mi sono accorto che mi è più ostico di quello di padre. Come padre, i sacrifici o le scelte anche difficili le faccio senza lamentarmi troppo. E’quando, come uomo, sono chiamato ad affrontare i flutti del mondo del lavoro, le delusioni, le pressioni, le difficoltà, che mi ribello: non è che non le affronti, ma è che mi lamento, come se tutto questo non dovesse capitare a me, se qualcuno dovesse proteggermi da tutto questo. Quindi, mi arrabbio, divento intrattabile, vorrei starmene a casa invece che in giro per mondo o Italia.

Non sto predicando la sopportazione, la rassegnazione. Penso che cercare di stare meglio, di organizzarsi meglio sia giusto ed opportuno. Ma, mi domando, non è questa la mia parte nella coppia? Era tanto più facile andare a caccia o a difendere i confini della tribù? Non rivendico – in teoria – questo ruolo per proteggere la crescita dei bambini?

Allora, forse, se ho scelto – o meglio ho accettato il mio destino - di fare il pescatore, non posso lamentarmi che mi bagno.

Settembre 7, 2009

Silvio Berlusconi, le poste e il punto di rottura

Non sono mai stato un fan di Silvio Berlusconi. Prima ancora di quanto ha fatto come premier, penso che abbia danneggiato l’Italia con le sue televisioni. Quindi, spesso, mi trovavo a dirmi:-”Berlusconi basta!”.

Poi, come oggi, capitavo in posta. Hanno introdotto i numerini, ma gli amici degli impiegati passano avanti lo stesso. Siamo in dieci ad aspettare ma l’impiegato (non tutti sono così, ma specie i famosi giovani spesso sì) ha altro da fare, gira, si alza, fa. La collega ha voglia di fare la spiritosa, sbaglia i moduli allegramente. Mi ritrovo ad aiutare un indiano che altrimenti starebbe ancora là perché spiegargli come si scrive su una busta è troppa fatica. Non è neanche tutta colpa dei singoli impiegati: è l’andazzo, il clima generale, l’incapacità di capire che le persone hanno altro – magari vitale – da fare oltre che far la coda in posta, che a volte diventa l’arroganza del piccolo posto di potere.

Ogni tanto sento strombazzare i risultati delle poste come banca. Vedo anche che, tra DVD, libri e cartoleria, manca solo la frutta e verdura per far concorrenza all’Esselunga (le poste vendono anche i frigoriferi mi pare). Come al solito, tutti i giornali entusiasti. Io condivido poco perché sono rimasto al tempo in cui le poste si occupavano di lettere, raccomandate e di quelle operazioni finanziarie su cui avevano il monopolio (bollettini, ecc). Come utente e cittadino, avrei immaginato che le poste avrebbero dovuto migliorare da quel punto di vista. Dovranno, ammetto, far cassa perché quei servizi di base non sono redditizi; ma, per me, o fanno quello che serve alla società e possono fare solo loro, o tanto vale chiuderle. Diversificare nella vendita dei bomboloni caldi o dei cocchi freschi magari sarà vincente, ma non riesco a capire cosa c’entra con un servizio pubblico.

Quindi a me le poste fanno allergia. E mi fanno ritornare alla destra (anche se ormai voto poco). Anche perché penso che le poste forniscano un serbatoio di voti a favore dell’impiego pubblico in senso anti-meritocratico e anti-privato che danneggia globalmente il paese. Insomma, un giro in posta e tornavo a Berlusconi come meno peggio.

Ma la vicenda Boffo ha cambiato le carte in tavola. Non entro nel merito, almeno questa volta. Però è un modo di gestire il rapporto con la critica, con l’avvertimento non tanto velato che dopo Boffo ci possono essere pesci più grossi (penso alle gerarchie, ai vescovi, e, perchè no, anche i cardinali), che magari oltre Tevere qualcuno ha apprezzato, ma per me è inaccettabile.

Forse dal non votare passerò, almeno per un po’ e lontano dall’urna, all’opposizione come meno peggio.

Settembre 6, 2009

Nel nome del padre (anzi, della madre, o di tutti e due, o di chi vuole il Parlamento)

Se la paternità ha un senso

Avevo già letto la proposta di introdurre il cognome della madre, come complementare o alternativo a quello del padre. Fioridiarancio, con il suo post, mi ha preceduto e mi ha ricordato come le èlite, convinte di riconoscere il progresso, lo impongono (o tentano di imporlo) con la forza ai poveri mentecatti che non la pensano come loro (e avendo il controllo dei libri di storia va spesso a finire che imporre il progresso a foza va bene, se è nella direzione politicamente corretta).

So che è un discorso più complesso, ma resto senza parole. Dice la Bungiorno, secondo Fioridiarancio: “se non si introduce l’obbligo, la consuetudine non si scardina”. E chi le dice che bisogna scardinarla? E se anche con lei fossero la maggioranza degli italiani, quale mandato divino le permette di imporla a chi la pensa diverso?

Ma della dittatura di certe minoranze, e della oppressione di chi non canta nel coro, ne ho già parlato, e ne parlerò ancora: si ripropone naturalmente in un paese come il nostro.

Invece mi interessa parlare della “regola che impone ai figli il nome del padre” (veramente i figli poi possono cambiare cognome se credono; mi sembra si parli piuttosto di un movimento che vuole imporre ai figli il nome della madre).

Dico subito che difendo la regola attuale.

C’è un motivo istintivo. Da quasi mille anni, i nomi procedono in questo modo. E’una caratteristica sociale italiana, che non danneggia nessuno, semmai urta solo certe sensibilità di minoranza. Sono contrario ad abbandonare tradizioni che non si dimostrano palesemente cattive, anche se non le capiamo fino in fondo. La regola del cognome è una delle cose che abbiamo in comune con i nostri avi, e che ci distingue dagli altri popoli.

Cambiarla perché fare ingegneria sociale è politicamente più semplice che affrontare i nodi del paese mi sembra un’idea sciocca quanto imporre agli italiani di fare colazione con le salsicce (e poi si scopre che la nostra tradizione era meglio di quella altrui).

Ma questo non basta. Ne abbiamo parlato in famiglia e mi sono visto sfidato a spiegare semplicemente perché – ora e sempre come serve ai più piccoli – credo che sia giusto dare ai figli il cognome del padre. Il motivo è, ho detto, che, mentre la madre nutre ed è presente con il suo affetto anche più del padre i figli, il padre accompagna i figli nel mondo. E’lui che li protegge, li introduce e li accompagna nel mondo fuori di casa, soprattutto quando iniziano a diventare grandi. Ed è all’ombra del cognome del padre, del rispetto per quel cognome che il padre, e il nonno, hanno costruito, che il figlio e la figlia crescono.

Questa tradizione, come già dicevo, ci accomuna a padri, nonni, bisnonni, trisavoli e così via. Per un tempo immemorabile, il cognome che porto – ed è ora anche dei figli – ha dato un’identità di generazione in generazione, identità che si può mutare ma che ci lega come un filo alle origini, che ci radica ad una storia e ci congiunge alle sfide, alle gioie e alle difficoltà del passato, che per molti versi sono anche quelle del futuro. Lo stesso vale per tutti, anche quando questa storia è passata per un’adozione e quindi per una storia diversa.

Nella nostra civiltà le radici e la memoria delle generazioni sono patriarcali. Ho avuto modo di constatare, ed è questo purtroppo che manca nei dibattiti intellettuali dei giornali, come l’identità di uomo e di padre, come di donna e di madre, non siano accidenti o elementi superficiali, sostituibili, ma segni profondissimi del nostro essere, il cui stravolgimento causa infelicità.

Credo anche che ci sia un grosso equivoco nel ruolo di uomo e di donna, in una guerra che è spesso emotivamente e verbalmente violenta nella nostra società. L’equivoco è, secondo me, l’uomo che – nel passato  ma anche nel presente - se la gode alle spalle della donna, da cui un triste sentimento di rivincita.

Sarà sicuramente accaduto e magari accade. Ma, per tanti, ne sono certo, quello di essere uomo, o di essere donna, è stato semplicemente il sentimento di se stessi e la spinta a realizzare quanto si è, quasi il dovere, anche con tutti i sacrifici del caso, in un’alleanza tra diversi, ma pari.

Non partorisco, nè allatto. Difendo invece lo spazio in cui mia moglie può farlo. E do il cognome di mio padre ai miei figli e alle mie figlie, per accompagnare i figli ad un analogo destino (diversissimo nelle forme che potranno scegliere, ma analogo nell’essere uomo e padre) e le figlie verso un uomo che le saprà amare ed onorare.

Per me è un filo logico, che viene meno solo quando rinuncio a difendere lo spazio e la famiglia. Allora crolla il senso di questo, ma, anche se socialmente questo accade perché molti padri rinunciano al proprio ruolo, ritengo che sia meglio per i figli avere, nel proprio cognome, la memoria di come dovrebbero funzionare le cose.

So che tanti dissentono. Parliamone volentieri. Ma che si debba imporre a me – ovviamente mentecatto perché non sono d’accordo - il progresso di chi sa tutto, proprio non mi va giù.

Agosto 14, 2009

Gaia Piccardi e il nuovo (?) giornalismo: medaglia d’oro o ragioniere?

Ho seguito qualche volta la giornalista del Corriere della Sera Gaia Piccardi. Pur essendomene formato un’opinione non positiva (magari sbagliando), mi sembra un esempio interessante (anche se deprimente) del giornalismo italiano del XXI secolo (forse anche del XX, ma allora leggevo con meno cautelai giornali).

Avevo seguito la Piccardi in un articolo su Arkeon, nei paginoni centrali del Corriere. L’articolo riportava cose che ritengo non rispondenti al vero, con un tono apocalittico/moralistico/scandalistico, privo, secondo me, di ogni sforzo di obiettività o di ricerca della verità. Insomma, si condiva generosamente la “vulgata” del Cesap di Lorita Tinelli su Arkeon con la retorica, senza neanche pensare di sentire l’altra parte o di approfondire o riflettere.

Ma questo forse è normale per la maggioranza dei giornalisti italiani. Quello in cui mi sembra eccellere la Picciardi, e credo sia un motivo per cui scrive sul Corriere, è che è bravissima a creare il sentimento del noi/loro. Da una parte, ci siamo noi lettori con la Piccardi, saggi, giusti, perbene, che possiamo con lei provare orrore o scandalizzarci per quegli esseri semi-umani che sono l’oggetto dell’articolo. Ci fa sentire a nostro agio, belli tronfi del nostro luogo comune, belli tranqulli che sono gli altri di cui scandalizzarsi, belli sazi che sappiamo già tutto, belli convinti che non siamo soli, ma siamo insieme a tanti altri – perché siamo diversi da quelli là.

La Piccardi questa sua tecnica (tale almeno nella mia lettura) la applica volentieri ad altre situazioni. Nei giorni scorsi, sul Corriere (non trovo il pezzo online), ce l’ha avuta con Jessica Rossi, a quanto pare, a 17 anni, la più giovane campionessa del mondo di tiro al volo, rea di aver deciso di mollare ragioneria per dedicarsi allo sport. Sarebbe Jessica Rossi (la “Calamity Jane de noantri”, secondo la Piccardi, che a me non suona come complimento) un esempio diffuso e tipico dell’Italia sportivo. La vicenda è quindi terreno ideale per fare del luogocomunismo e spendersi nella tecnica del noi/loro.

Infatti, mi sembra ragionevole supporre che la maggioranza dei lettori del Corriere sia istruita, e nello sport abbia combinato poco; forse anche di sport si interessa moderatamente, altrimenti leggerebbe la Gazzetta ed eviterebbe gli articoli moralistici della Picciardi. Niente di più gratificante, quindi, per i lettori del Corriere che sentirsi confortati nella propria superiorità, nel proprio aver scelto bene rispetto alla “Calamity Jane de noantri” che vincerà pure le Olimpiadi ma non sarà mai ragioniere.

E’facile eccepire che forse un diploma di maturità si ottiene anche a trent’anni, mentre le olimpiadi non si vincono nel tempo libero; e che forse vale la pena cambiare i propri programmi per ottenere un oro olimpico o anche solo per partecipare ai giochi (cosa non da poco), soprattutto se, come nel caso di Jessica, si sa di valere. Facile anche aggiungere che forse le prospettive occupazionali e reddituali come allenatore, ecc di una medaglia d’oro olimpica non sono esaltanti, ma probabilmente almeno comparabili a quelle di un ragioniere. Oppure che, se è vero come sostiene la Piccardi che molti atleti USA vanno al college, è anche vero che per molti lo studio è solo virtuale.

Con questo, non ritengo che si debba ignorare lo studio se si punta sullo sport: non si diventa tutti i campioni, lo studio non è solo prospettiva di guadagno, ma anche apertura di idee e dimensioni (e, ad essere monodimensionali, si rischiano brutte cadute). Ottimo aiutare a coniugare le due cose.

Ma torniamo a Gaia Piccardi. Immaginiamo che la Piccardi avesse scritto il contrario. Jessica Rossi (senza nessun “de noantri” anche se non è ragioniere) ha fatto una scelta rischiosa, in fondo appendere una medaglia olimpica al proprio muro può essere più importante che un diploma di ragioneria. Molti lettori, tra cui certamente ci sono tanti professori di vari ordini di scuole e pochi preparatori atletici, sarebbero inorriditi.

Credo che Gaia Piccardi sia veramente la giornalista del futuro (o dell’eterno presente italiano), da premiare come è accaduto. I giornali sono in mano al marketing che vuole vendere, siamo nell’era in cui l’importante è la notizia, poi i fatti si trovano, come dice Aldo Grasso. In questo clima, bisogna badare al mix dei lettori, bisogna compiacerli, non certo dargli fatti od opinioni che possono metterli a disagio, farli dubitare di sapere già tutto e di aver fatto le scelte giuste in un mondo che magari non è rassicurante ma che loro e la Gaia Piccardi conoscono a puntino e sanno interpretare.

Esulando dalla Piccardi (sulla quale, magari, leggendola più spesso cambierò idea), la mia personale opinione è che se i giornali non informano, impigriscono moraleggiando invece di stimolare l’opinione pubblica, allora non servono ad una democrazia liberale. Tanto vale togliere gli aiuti pubblici e lasciarli al loro destino. Anche perché il luogocomunismo tronfio, il noi/loro, il moralismo disinformato che cerca o piega i fatti per fare la morale hanno rovinato l’Italia da sempre.

PS: un caro amico di tanti anni fa mollò una promettente carriera sportiva – da grande promessa – perché il padre preferiva studiasse, studi in cui questo amico riusciva bene, ma non era certo una grande promessa. Mi sembrò uno spreco non necessario, ma forse avevo torto e il padre aveva visto più lontano. Sarei davvero curioso di sapere che ne pensa l’interessato a distanza di tanti anni

Giugno 22, 2009

Torno presto

Maggio 29, 2009

Il dovere dell’ascolto e gli abusi veri e falsi

Da parte di un cristiano, ma anche da parte dell’uomo laico, penso ci debba essere una disponibilità di ascolto anche nei confronti di chi ha sbagliato. Credo che questo ascolto sia ben esemplificato, e sperimentato da chi la amministra, nella confessione.

Per molti di noi, penso che un passo iniziale possa essere il continuare a considerare essere umani anche coloro che si sono macchiati di crimini. In alcuni casi mi sembra impossibile, in altri casi non è tanto difficile fare uno sforzo, in altri è semplice e riusciamo quasi a simpatizzare per la vita disgraziata che ha portato a certi esiti.

Ma, prima di questo, credo ci sia uno sforzo – almeno per me -non meno faticoso. E’quello di prendere in considerazione la possibilità dell’innocenza, o, anzi, molto meno, essere disposti a capire i fatti, ad ascoltare l’altra versione della storia.

Grazie a Pietro Bono seguo occasionalmente alcuni siti (i link dal suo blog), che, in maniera più o meno completa, ma spesso convincente, seguono il fenomeno dei falsi abusi.

Si tratta di un tema talmente sconvolgente, a cominciare dalle accuse, che la tentazione di guardare dall’altra parte è fortissima. Mi domando se magari non aiuteranno anche solo involontariamente dei criminali. Il desiderio più forte è quello di non sapere, di non entrare in un campo melmoso, difficile, senza santi né eroi (salvo i bambini), dove le vittime e i carnefici non si capisce spesso (e soprattutto a priori) da che parte stanno (salvo di nuovo i bambini).

Sento palpabile la paura di credere ad una versione dei fatti, contraria a quella dei media e a volta anche dei tribunali, per poi scoprire di essersi schierati colpevolmente male. Sento il peso di scoprire -almeno potenzialmente – quanto è poco rassicurante la nostra società, a volte proprio nelle istituzioni che la sicurezza degli innocenti dovrebbero garantire.

Trovo convincenti molte argomentazioni di quei tre siti (assurdo il ruolo di vari “consulenti”), ma non è quello che mi interessa. Riconosco piuttosto il dovere – non su tutto, ma almeno su una piccola parte – di ascoltare (leggere) e cercare di capire. Avevo avuto la stessa sensazione davanti ad un post di Terry sull’aborto: non voglio sapere, è troppo orribile, prima ancora di sapere se è vero o no.

Non credo che ci si possa fare carico di tutto, ma un po’sì: perché ci sono voci che chiedono giustizia. Quella umana la possono trovare solo se le persone di buona volontà le ascoltarno.

Maggio 24, 2009

Il dott. Giuseppe Luigi Palma (psicologi italiani) e il senso dell’appartenenza

Mio padre oggi a Milano? Proverebbe lo stesso disagio di allora. Rappresentato da una consapevolezza: il lavoro chiamato a fare solo nell’interesse del Paese, non gli porterebbe la solidarietà della collettività

Umberto Ambrosoli a proposito del padre Giorgio

Seguo il filo del post precedente. Mi interessa esplorare perché, nella nostra società, possono accadere tante cose ingiuste, i roghi mediatici, la solitudine di chi si espone, e così via, su scale magari incomparabilmente diverse. La mia teoria, per nulla originale, è che, accanto a poche persone che si comportano davvero male, i più permettono questi comportamenti, pur avendo l’autorità di impedirli.

Prendo un esempio recente.

Raffaella Di Marzio è una studiosa di movimenti settari e di psicologia della religione, il cui lavoro seguo da qualche tempo. Circa un anno fa, a causa di un’ipotesi di studio evidentemente sgradita, la Di Marzio fu oggetto di una campagna di denigrazione presso i colleghi del campo da parte di una psicologa iscritta all’Ordine Professionale (la Di Marzio, facendo ricerca, non è iscritta all’Ordine), a mezzo di un’e-mail. Nella mail , si affermava tra l’altro che, secondo il Presidente dell’Ordine degli Psicologi, la Di Marzio faceva abuso di professione. Il danno subito dalla Di Marzio per via di questa mail è superiore a quanto immediatamente si immagina.

La Di Marzio ha dunque chiesto chiarimenti al Presidente dell’Ordine, il quale ha smentito per iscritto di aver mai detto quanto riportato nella mail denigratoria. Il dott. Palma non è però poi intervenuto presso l’autrice del messaggio per ottenere una rettifica a tutela sia sua che della Di Marzio. Al contrario, come la Di Marzio ha reso pubblica la lettera del Presidente, per riabilitarsi anche davanti ai colleghi, il dott. Palma ha pensato bene di diffidare la Di Marzio con un fantomatico (dicono alcuni legali) richiamo alla normativa sulla privacy.

Non ci avrà pensato di certo il dott. Palma, ma al profano il messaggio sembra essere: denigrate pure i non iscritti all’Ordine, tiratemi pure in ballo per danneggiarli, tanto al massimo vi smentisco in privato. Sicuramente non intendeva questo, ma tant’è.

Si tratta di una vicenda in cui dal dott. Palma ci si aspettava altro profilo: c’è in ballo il ricorso al sensazionalismo di alcuni media da parte di una psicologa, la denuncia della stessa alla magistratura di colleghi, la riproposizione di teorie, quelle della Singer, smentite da scienza, tribunali e rigettate praticamente da tutti. C’è il metodo scientifico accettato, l’osservazione sul campo proposta dalla Di Marzio contro la mancanza di un metodo scientifico, di uno studio. Insomma, una situazione in cui, almeno da fuori, sembrava che bisognasse guardare un po’oltre la casacca.

Per me, se i fatti riferiti sono corretti, sono queste quelle cose che vengono fatte senza neanche pensarci e rendono meno sana la nostra società.

Ritorno all’inizio per ricitare Umberto Ambosoli “nessuno ha mai potuto dire: Ambrosoli era uno dei nostri“. Purtroppo, in Italia, sembra vigere ancora la legge dei “nostri”.